Affonda le sue radici nel Medioevo la tradizione
secondo cui ogni anno la festa di San Giuseppe a Scicli viene
onorata con una cavalcata al cui passaggio per le vie della città si
accendono i caratteristici falò che illuminano la notte, ricordando
la fuga in Egitto di Giuseppe, Maria e del bambin Gesù, in groppa a
un asino. Secondo alcuni storici la tradizione dei falò può farsi
risalire ad una festa tra le più importanti dell'antica Roma, quella
in cui veniva osannato il "sol invictus", la festa del trionfo della
Luce (la Primavera) sull'inverno tenebroso. Tra le fonti più
risalenti che parlano di questa tradizione lo storico Pitrè, mentre
Elio Vittorini dedica una pagina memorabile delle sue "Conversazioni
in Sicilia" alla tradizione della cavalcata di Scicli. La
rivisitazione storico-religiosa della fuga in Egitto narrata dagli
Evangeli si svolge ogni anno intorno al 19 marzo, con la
preparazione di cavalli che vengono bardati con fiori e violaciocche
( u balucu, nel dialetto locale), e con essi i cavalieri percorrono
le strade della città, dove, intanto, vengono accesi particolari
falò (i pagghiari). Vicino ai falò si raggruppano capannelli di
persone che consumano insieme cene frugali a base di arrosti. Le
migliori bardature vengono quindi premiate dal comitato che
organizza la festa. Caratteristico anche l'abbigliamento dei
cavalieri: un paio di pantaloni di velluto, con il taglio alla
carrettiera, e un gilet abbinato, di colore scuro, una camicia
bianca con le maniche rimboccate, una cintura molto larga, lavorata
a mano, di vari colori, dalla quale penzola, sul fianco destro, un
grande fazzoletto rosso, una burritta col giummo in testa e una pipa
di creta o di canna. Quattro ciaccari, due davanti e due dietro il
cavaliere, a forma di croce, illuminano il percorso dei cavalli. La
tradizione della cavalcata si perpetua, immutata, da secoli. Solo
durante le due guerre fu sospesa: in paese mancavano gli uomini,
perché in guerra o dispersi. Non c'erano bestie, e per lo stato di
povertà la gente faceva i pagghiari molto piccoli
La festa si compone dei segni di una devozione che
affonda le sue radici nella cultura contadina, nell'esigenza di chiedere
a San Giuseppe l'acqua, per fare crescere le fave, per fare crescere il
grano. Nel mese di marzo a Scicli non piove più, e un tempo non era
inconsueto sentire, al passare della cavalcata: "Patriarca beddu, dateci
l'acqua, fate piovere". Un'immagine di San Giuseppe a Scicli campeggiava
in ogni stalla. La bestia a quel tempo, per i contadini, era tutto, era
il simbolo della vita. Per arare il campo, per il trasporto ci voleva
l'animale. L'effigie di san Giuseppe proteggeva la famiglia contadina da
ogni fatalità: il santo riceveva in cambio esclusiva devozione, una
devozione che anche quest'anno, si perpetua nel solco della tradizione.
«La cavalcata era due riti,
aveva duplice l'anima» di Severino Santiapichi
A guardarlo a primavera e d'estate sulle prode della Ragusa-Catania, e
più ancora, dall'antica strada che costeggia il Monte Lauro, pare ormai,
per via del pennacchio a coda di pavone ma nivea, cotonosa, parente
decaduto a "frasciame" dell'esotica "erba della pampa" da qualche anno
regina dei nostri giardini. Però, sin quasi allo scadere degli anni
quaranta, il "saracchio", il greco "legaccio per viti" o ampelodesmo ("ddissima",
appunto, in siciliano) era quasi a paro con la palma nana dei litorali,
materia prima ricercata per farne cordami sia pure di breve durata, un
"usa e getta" inconsueto in un tempo e tra gente che il panno lo
sfruttavano sino alla pezza e il buon vino anche da fezza: "liane" per "regne"
che spartivano con queste una breve stagione di vita e, subito dopo, si
sfacevano in nodi ingialliti che le piogge d'autunno scioglievano in
paglia.
I cordai scendevano dai tufi bianchi di Gerratana, Monterosso e Vizzini
appena le seppie accostavano a Marzo e, otto dieci giorni prima dei
rondoni, annunciavano puntuali (li chiamava un mercato che frequentavano
da secoli e non avevano bisogno di ordinativi) l'imminenza della
stagione della mietitura, quella del fieno, anzitutto. I rotoli di corda
erano bilanciati sui fianchi di asini piccoli, non, tuttavia, panteschi,
docili, nulla a spartire con gli irrequieti e altezzosi stalloni
allevati per compiacere il "regio governo" da don Cinto Favacchio nelle
chiuse assolate della contrada "Spana".
Venivano giù dall'altopiano a carovana, uno dietro l'altro, quasi in
cordata, gli uomini piccoli anche loro e, tuttavia, mai pingui, dietro a
dare coraggio, magari a trattenerli nel rischio dei pendii lungo strade,
tutte, ad eccezione di una, sterrate: strusciando sulle rocce o sui muri
a secco, la liana frusciava come i taffettà che di lì a poco avrebbero
inorgoglito sotto Pasqua le donne. Sul dorso tra i due carichi, c'erano
a mannelli le infiorescenze, i pennacchi della "ddisima"- merce, però,
solo per sciclitani: non che questo fossero "licchi", ma uno "sfizio"
l'anno volevano soddisfarlo ed era quello del "pruvulazzo", gli edili, e
dei ragazzi che non avevano muli o cavalli manco asini e, quindi,
correvano appiedati con la torcia in mano dietro la "cavalcata" di San
Giuseppe, bella, bellissima regina di tutte le feste, a parte,
s'intende, il tripudio di "Gioia! Gioia! Tre dita! Lo sfizio" era
conforme a quel tempo, vale a dire, limitato: poche vampate giusto a
saldare l'uno con l'altro il fuoco ed il fumo degli innumerevoli falò -
i "pagghiara" dalla fiamma azzurra dell'ulivo - e, poi, lo spegnimento
perché gli steli servivano dentro casa per annodarvi, nella stagione dei
sugo di porco, i maccaroncini.
La "accravaccata" non era processione dietro una statua, manco festa da
celebrare entro una chiesa magari preceduta da prediche di padre
Balestrieri o di altri famosi oratori cattolici: era in tutto il paese;
non c'era quartiere che per giorni non si desse da fare nella ricerca,
anzitutto, dei fiori: il "balico", la violacciocca, le fresie, le viole,
le calle, i gladioli spontanei dei campi coltivati, i narcisi tardivi
dei "lavinari", che le ragazze - le più brave quelle della "strata nova"
- tessevano a gualdrappa con lo stesso amore che impiegavano nel
ricamare il corredo.
Non era palio, corsa, giostra, carosello, era fatta di fiamme, di fumo
dai falò di frasche uno per ogni cantoniera - l'altezza punto di
orgoglio dei paesani - di grida, di colori violenti, di profumo dai
manti che parevano arazzi o tappeti che duravano poco ma restavano,
restano, nella memoria a colorare rimpianti; era turbinio di cavalli, di
muli, di asini, qualche anno, perfino di vacche modicane scelte tra
quelle matriarche assegnate, era stormire di "filari" di sonagli di
bronzo, tintinnio di cianciare o ciancianelle, trionfo di velluti e di
ricami giallo oro di seta, di pipe di porcellana; un miracolo riportarle
intatte.
La "cavalcata" era due riti, aveva duplice l'anima, le due parti, però,
non separate, più che sovrapposte, mischiate, era tronco di "franco"
innestato a "latino"; il "sarvaggiu" qua e là ricacciava testardo.
Nel rito antico, inseguiva, braccava l'inverno, gli sbarrava la fuga
attraverso le "vanelle", lo scacciava col fuoco forse anche nel fuoco
che era castigo e medicina purificatrice, lo dileggiava coi pizzichi
assestati con forza, lo mortificava con la lentezza dell'asino incapace
di stare alla pari con l'orda, ora che si poteva "saldare l'annata" e
considerare superato il passo del freddo. Nel nuovo, una figura sacra,
San Giuseppe precedeva la "cavalcata" che forse lo perseguitava, gli
dava la caccia nel soqquadro del ferro e fuoco e i pizzichi erano
empietà da "mondo alla rovescia", carnevalesco, e il grido corale
continuo, urlato "Patriarca! Patriarca San Giuseppe!" era contrappasso,
invocazione di soccorso e di grazia. San Giuseppe, l'interprete del
marito della Madonna era un contadino che spartiva con il figurante del
Beato Guglielmo Cuffitella il titolo per questuare soprattutto aia per
aia: i due vestivano alla maniera medioevale un "abito-mestiere". L'uomo
vestito da San Giuseppe l'indomani della cavalcata sedeva nel posto
d'onore tra i commensali del grande pranzo offerto ai vecchi
nell'occasione addirittura servita dalla "contessina".
Dalla "cena" di un tempo era rimasto il nome dato all'asta dei doni
portati dai parrocchiani: primizie, caci, bianco mangiare di mandorle,
biscotti ricci, marmellata di cotogne con figura di San Giuseppe,
mostarda, agnelli, galli dal piumaggio sgargiante.
Venne il cangiamento dei tempi e la "cavalcata" appassì e anche i "pagliari",
i falò, morirono, né vennero più le "ciaccare" scomparse assieme alle
"panzanelle" e ai fischietti di creta delle "Milizie".
I San "giuseppari" sono, però, testardi, la "cavalcata", quando nascono,
gliela cuciono dentro il cuore, e tenace è pure il loro parroco: perciò,
ricomprarono i cavalli, non ne avevano bisogno se non per la festa, la
loro festa, uno "sfarzo"? Un omaggio. A loro dobbiamo un grazie. I
cavalli non sono quelli arabi degli anni lontani, sono "patatari",
possenti capaci di sostenere il peso dei telai di sostegno delle
bardature floreali (non sarebbe doveroso da parte della Regione
intervenire per finanziare soluzioni meno gravose a carico dei
cavalli?). I manti sono quelli di un tempo: peccato no vederli! Chissà
se ci saranno ancora tra qualche anno?