Francoforte
– Le coste italiane e i turisti tedeschi: un
binomio che sembra inscindibile, un'immagine stereotipata da
cartolina. Ma proprio nel cuore dell'estate, quando
lungo le grandi direttrici del nord Italia flussi di veicoli
provenienti dalla Germania creano un interminabile serpentone, a
breve distanza l'uno dall'altro, due articoli apparsi sulla stampa
tedesca suonano come un campanello d'allarme per gli operatori
turistici italiani: la passione dei tedeschi per lo Stivale si sta
raffreddando.
In precedenza, il 27 luglio, era stato il quotidiano
bavarese Das Bild che, in prima pagina, titolava
"Tutto beklooppto", una formula di tedesco
maccheronico che suona come "E' tutto vietato", un
articolo in cui venivano passati in rassegna i divieti vigenti sulle
spiagge del Bel Paese : vietato bere
birra, vietato giocare a pallone, vietato prendere il sole in
topless. Un articolo colorito, piuttosto confuso
nel tracciare i limiti tra divieti e norme di buona convivenza, che,
al di là di qualche protesta da parte degli operatori, era stato liquidato
con sorriso. Ora, a distanza di poco più di una settimana, in
un articolo assai più ponderato ed argomentato apparso
sull'autorevole Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz),
Tobias Piller inviato per il quotidiano tedesco a Roma, traccia
un quadro a tinte fosche di un sistema turistico, quello
tricolore, che risulterebbe in buona parte obsoleto e che, adagiato
sugli allori, rischia di perdere progressivamente quello che oggi
rappresenta il flusso principale della propria ricezione turistica.
Secondo l'autore del pezzo, il calo
delle presenze tedesche non sarebbe da imputare solo ed
esclusivamente a ragioni di natura economica, ma affonderebbe le
radici in motivazioni più profonde, legate alla scarsa competitività.
Il fatto che i numeri dei pernottamenti di turisti tedeschi siano
scesi visibilmente negli ultimi anni, argomenta Piller, viene
attribuito alla cattiva congiuntura in Germania, senza notare i
cambiamenti strutturali del mercato. Studi compiuti in Germania
dicono invece che il numero di viaggi verso l'estero dei tedeschi
stia leggermente aumentando, mentre l'Italia perde quote di mercato
a tutto vantaggio di Turchia, Spagna e mete in altri continenti.
"Le tante belle vedute da cartolina, siano di Venezia,
Firenze, Capri o Positano, sono una ragione sufficiente nella
visione di tanti italiani, per giudicare i flussi turistici una cosa
naturale" è la tesi di fondo dell'autore dell'articolo
intitolato Italiens Selbsttäuschung (L'autoinganno
dell'Italia).
"L'articolo – spiega Tobias Piller, da
tredici anni corrispondente in Italia – è nato da
una serie di incontri che ho avuto con esperti italiani del settore
e da alcuni articoli che avevo pubblicato in passato sul turismo
tedesco a Napoli, in Sicilia e in quello che può essere
considerato, nella prospettiva tedesca, il polo turistico italiano
per eccellenza: il litorale romagnolo". Ciò che è
emerso, nelle considerazioni del giornalista tedesco, è l'incapacità
di una visione di lungo periodo da parte degli operatori italiani.
"L'attivismo con un evento culturale casereccio o con una
nuova sigla di qualità per un prosciutto fatto nella propria
provincia coprono i tanti sbagli e omissioni degli italiani sul
mercato dei viaggi ". Sbagli e omissioni che si potrebbero
rimuovere solo con strategie di lungo termine.
Invece, sottolinea ancora Piller, continua a vincere la politica
della seconda casa piuttosto che quella della costruzione di
strutture alberghiere, che garantiscono uno sfruttamento più
intensivo della risorsa turistica. "Solo per citare un
paradosso tra i più clamorosi – conclude il giornalista del
Frankfurter Allgemeine Zeitung commentando quanto scritto
nell'articolo pubblicato ieri – io critico il fatto che nell'Italia
del Sud, su cinquemila chilometri di costa, la disponibilità di
posti letto sia di pochissimo superiore a quella che offre la costa
romagnola con i suoi poco più di cento chilometri di litorale".
Una visione del problema che Leonardo Campanelli,
Responsabile dell'Ufficio di Monaco di Baviera dell'Ente Nazionale
Italiano per il Turismo (ENIT), che nei giorni scorsi è
stato impegnato nella diffusione di comunicati per ribadire come
quelli presi in esame nell'articolo apparso sulle pagine del locale
quotidiano Das Bild fossero consigli di buona convivenza e
non divieti inderogabili che vigono sulle spiagge italiane, non
condivide. L'offerta turistica italiana, è opinione di Campanelli,
è tra le più complete che ci siano a livello mondiale con la sua
varietà di spiagge, montagne, città d'arte ed itinerari
enogastronomici. "Ritengo piuttosto che si tratti di un problema
di costi. Con l'avvento dell'euro e con la crisi economica
che ha colpito la Germania il turista tedesco è più attento al
contenimento della spesa. Ma - tiene a puntualizzare il
responsabile dell'Enit di Monaco – si tratta di un
problema comune anche alla altre principali mete turistiche
dell'Europa, come la Spagna e la Francia che hanno perso quote di
mercato per quello che concerne i flussi provenienti dalla Germania
a beneficio di località turistiche esotiche raggiungibili a prezzi
contenuti con le compagnie aree low cost ".
Più articolata l'analisi di Alberto Corti, Direttore
Generale dell'Associazione Tour Operator Italiani (ASTOI), le
cui considerazioni, che confermano un emorragia del
tradizione flusso tedesco in direzione dell'Italia, partono
da un dato allarmante. "In Italia il 90
per cento dei flussi turistici in entrata provengono dall'Europa
(intesa come area geografica, non come Unione Europea, ndr): di
questo 90 %, in termini di pernottamenti, il vero
indicatore economico utilizzato per misurare un flusso, una
quota compresa tra il 45 ed il 47 % è rappresentata solo dai
tedeschi". Un calo, quello del turismo tedesco in
Italia, registratosi già a partire dal 2001 con perdite annue
oscillanti tra il 2 ed il 7 per cento, ma con punte a livello
regionale, che hanno raggiunto in taluni casi anche punte del 30 per
cento.
Le ragioni di questa perdita costante di turisti tedeschi è da
imputare ad una serie di fattori, economici, ma non solo,
nell'opinione di Corti, che in qualche modo, sebbene in termini
differenti delinea un quadro del sistema Italia per il settore non
troppo lontano da quello descritto da Tobias Piller sul Frankfurter
Allgemeine Zeitung . Vi è innanzitutto la concorrenza
dei Paesi che con l'avvento delle tariffe aeree low cost
sono diventati concorrenti diretti delle tradizionali destinazioni
europee; il tutto combinato con l'adozione
dell'euro e con la crisi economica che proprio a partire dal 2001 ha
colpito la Germania. "La crisi economica,
la peggiore dal dopoguerra – sottolinea infatti il Direttore
Generale dell'Astoi – ha determinato, sovrapponendosi
all'effetto euro, alla perdita di potere d'acquisto da parte dei
tedeschi. Una crisi che ha colpito in primo luogo i ceti
medio-bassi, quelli che per tradizione si orientano verso l'Italia.
I dati segnalano come il turismo automobilistico in direzione della
costa adriatica abbia subito i contraccolpi maggiori, mentre ha
tenuto il turismo verso le isole, Sardegna e Sicilia, che si
raggiungono in aereo, ma che purtroppo rappresenta la quota
percentualmente meno rilevante del turismo tedesco nel nostro
Paese".
Le rilevazioni sono persino in grado di indicare quali siano le
mete alternative verso le quali si sono orientati i turisti tedeschi
che hanno deciso si abbandonare l'Italia: Turchia, Tunisia e Mar
Rosso per la fascia media, Bulgaria nel caso delle fasce più basse.
Per cercare di porre un freno ad un'emorragia che rischia
di mettere in ginocchio il turismo italiano, che non è in
grado di compensare le perdite di flusso proveniente dalla Germania
con l'incremento del turismo di ampio raggio, proveniente da Stati
Uniti, Canada e Giappone, è stata avviata quest'estate un'iniziativa
di monitoraggio dei prezzi da parte dell'intera filiera, che
ha portato alle prima azioni di contenimento. "Ma poiché i
contratti con le agenzie vengono chiusi un anno prima, credo che per
vedere gli effetti di questa azione coordinata occorrerà aspettare
l'estate del 2006".
Ma non si tratta, ammette Corti, solo di
un problema di costi. La Germania continua,
nonostante tutto, a rimanere un Paese ad altissima vocazione
turistica: basti pensare che ogni anno, per una
popolazione complessiva di ottanta milioni di persone, vengono
acquistati 47 milioni di pacchetti viaggio (contro i 7
milioni che nello stesso arco temporale acquistano in media i 58
milioni di italiani).
"Noi operatori turistici possiamo fare del nostro, ma
non è sufficiente: è necessaria un'azione di governo sul
turismo che fino ad oggi è sempre mancata. L'esempio
della Francia - aggiunge - , che è riuscita a costituire
un'autority a livello governativo che si confronta direttamente con
gli operatori rimane un modello che dalla nostra prospettiva appare
purtroppo ancora lontano. A livello
politico, c'è scarsa conoscenza della macchina organizzativa che
alimenta i flussi turistici: se non si capisce il processo che sta
dietro alla nostra industria non si è in grado di elaborare azioni
di sostegno: noi scontiamo la presenza dell'IVA più altra
d'Europa e l'IRAP (l' imposta regionale sulle attività
produttive, ndr) che colpisce un settore labor intensive
come il nostro colpiscono duramente il sistema. Rimane poi sempre
sul tavolo il problema delle infrastrutture, rete autostradale in
testa, che colpiscono un turismo come quello tedesco che si articola
soprattutto attraverso spostamenti in automobile o in pullman".