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Dati
La domanda turistica mondiale corrisponde oggi a 25 volte quella
di 50 anni fa e la previsione è di un raddoppio in circa 20 anni. La
spesa turistica totale in Italia ammonta a 85.318 milioni di euro,
ripartiti in 27.980 milioni della domanda straniera (32,8% del
totale, rispetto al 35,3% del 2001) e 57.338 milioni di euro spesi
dagli italiani (67,2% contro il 65,7% del 2001). Gli 85.318 milioni
rappresentano il 10,8% dei consumi interni e, tra effetti
diretti e indiretti, hanno attivato un valore aggiunto di 70.299
milioni di euro, il 5,4% dell’intero valore aggiunto nazionale.
Due regioni hanno percentuali vicino al 30%: Valle d’Aosta e
Trentino Alto Adige e altre otto hanno pesi comunque superiori al
10%: Friuli Venezia Giulia, Toscana, Liguria, Veneto, Sardegna,
Emilia Romagna, Abruzzo e Marche sul totale del valore aggiunto
regionale.
Nel 2003 sono state 2,377 milioni le unità di lavoro impiegate
in campo turistico (portando al 9,8% la quota sull’occupazione
totale in Italia) di cui le unità di lavoro direttamente
occupate in attività turistiche sono state 1.600.000. Con 152
milioni di euro l’economia dei viaggi e turismo incide per il
11,7% sul Pil nazionale. La spesa pubblica di Governo, Regioni e
Enti Locali per il turismo: promozione, gestione e conservazione dei
beni culturali e monumentali, restauri e manutenzioni è di 14.017
milioni di euro, il 9,2% dell’intero settore economico.
L’Italia, che nel 1970 era il Paese che contava il maggior
numero di arrivi di turisti stranieri, è oggi scivolata al quarto
posto (39,8 mio) della classifica mondiale, superata da Francia
(77 mio), Spagna (52,3 mio) e Usa (41,9 mio). La Cina è al quinto
posto con 36,8 milioni di arrivi. Nel 2003 gli arrivi di turisti
stranieri sono calati del 4,6%. Le presenze dei tedeschi negli
alberghi sono crollate addirittura del 7,7%. Secondo Eurispes,
l’Italia ha perso nel 2004 circa quattro milioni di turisti
stranieri.
Da un punto di vista economico, quindi, in Italia nel 2003 il
saldo della bilancia turistica si contrae in termini nominali di
circa 10 punti percentuali, a causa di un contemporaneo aumento di
spese degli italiani all’estero (18,2 miliardi di euro) e di una
diminuzione delle spese degli stranieri in Italia, passati dai 28,2
miliardi di euro del 2002 ai 27,6 miliardi di euro (-2,1). Se si
considera il triennio 2000-2003, la perdita complessiva del saldo
delle spese turistiche ammonta al 30% (Wto-World Tourism
Barometer, giugno 2004).
Trend
La situazione sommariamente descritta evidenzia i seguenti
fenomeni:
- una continua sostituzione del flusso straniero con quello
italiano, che però è caratterizzato da una minore propensione alla
spesa,
- la contrazione delle spese giornaliere del turista straniero
anche a causa dello sfavorevole tasso di cambio euro/dollaro,
- l’incertezza generata dagli eventi internazionali e il
perdurare della crisi economica hanno spinto il turista di lungo
raggio a contrarre la permanenza, e il turista di breve e medio
raggio ad agire anche sulla ricettività (categoria inferiore),
- l’aumento dei costi dovuti a investimenti e sviluppo della
qualità dei prodotti,
- la crescita della concorrenza verso nuove tipologie ricettive,
- la necessità di attuare, per rimanere sul mercato, una
politica di contenimento dei prezzi che influisce sulla redditività
delle imprese.
Se prendiamo in esame le performance turistiche italiane previste
per il 2005 e le confrontiamo con il 1985, è possibile rilevare che
si stanno modificando le condizioni di «tradizionale paese di
destinazione», crescono i mercati internazionali emergenti
(differenziazione del portfolio clienti) e sono a rischio alcuni
mercati e segmenti considerati consolidati, la competitività tende
a giocarsi più su singole destinazioni, che sul sistema Paese,
l’economia turistica rimane a forte concentrazione territoriale.
Il movimento turistico internazionale per il 2005 verso
l’Italia sarà come diviso in due aree: a) turismo dell’arte e
culturale, verso le grandi città, b) offerte mature quali mare-lago
(concorrenza su prezzo e sulla destinazione). Rimarranno
naturalmente le tendenze qualitative già avviate: attenzione alla
componente ambientale, attenzione alla qualità dell’offerta,
aumento del last minute, crescita delle proposte low cost,
aumento degli short break.
Analisi
L’economia dei Viaggi e del Turismo si divide in due settori: Incoming
e Outgoing. L’Incoming poi si distingue in viaggi
d’affari e viaggi per vacanza. Questa precisazione non è
accademica: le agenzie di viaggio ed i tour operator, che
svolgono l’attività di Outgoing, vivono infatti problematiche
differenti rispetto ai principali operatori dell’Incoming:
alberghi, ristoranti, agenzie d’affittanze, società di trasporto
e di servizio, parchi di divertimento, ecc.
Quali sono i valori di questi differenti comparti? 106.800
milioni di euro di fatturato è Incoming (85%) e 18.236 milioni di
euro e Outgoing (15%). 21.482 milioni di euro sono le spese
(trasporti inclusi) delle aziende per i viaggi d’affari in Italia
e 85.318 milioni di euro sono le spese dei vacanzieri. Il fatturato
dell’Incoming è generato da 54.712 imprese turistiche (hotel,
villaggi, campeggi, agriturismi, bed&breakfast) e da alcuni,
spesso piccoli, tour operator e agenzie di viaggio
specializzati e radicati sul territorio. L’Outgoing riguarda 25 tour
operator con fatturati annui che variano da 933 a 31 milioni di
euro e 8.850 Agenzie di Viaggio. Occorre poi tenere in
considerazione che il Turismo è competenza delegata alle Regioni,
che dal 1993 non esiste più il Ministero del Turismo e dello
Spettacolo e dal 1999 la materia è affidata ad una direzione
generale presso il Ministero delle Attività Produttive. In campo
nazionale rimane il coordinamento delle Regioni e l’Enit che
svolge compiti di Marketing e Promozione all’estero.
Compiti improbi per l’ente se consideriamo l’esiguità delle
risorse economiche a disposizione, l’inadeguatezza
dell’organizzazione interna, l’accavallamento pleonastico con
l’Ice, e, per finire, l’attuale situazione di stallo
progettuale dovuta alla riforma prevista e descritta nel
progetto che «Sviluppo Italia» ha elaborato su incarico del
Governo Berlusconi.
Nonostante l’assenza almeno decennale di una politica per il
settore, si può sostenere che il turismo (incoming) è il motore
economico per lo sviluppo e la crescita del Paese. Occorre
tuttavia comprendere che esso vive una fase di profonda
trasformazione. Il calo dei consumi e la concorrenza di nuove
destinazioni, fanno emergere segni «strutturali» di una crisi
che può diventare irreversibile. L’impresa (qualità,
redditività e competitività); il sapere con la questione
dell’imprenditorialità e del cambio generazionale; l’evoluzione
dei consumi (frequenza, durata, nuove motivazioni e tipologia del
soggiorno); il territorio (infrastrutture, trasporti e servizi
all’ospitalità); il marketing (promozione e sistemi
commerciali); sono i principali fattori che vanno indagati per
comprendere il fenomeno ed intraprendere efficaci politiche di
governo ad ogni livello.
A) Una politica nazionale per il turismo deve occuparsi dell’irrobustimento
del tessuto imprenditoriale, organizzando e sostenendo
interventi capaci di rafforzare la competitività delle imprese,
spingendole verso dimensioni e organizzazione indispensabili alle
nuove esigenze del mercato. Le imprese turistiche, come gran parte
delle imprese italiane, sono di micro dimensione. Il futuro dei
distretti industriali è affidato, in gran parte, alle 3.500 medie
imprese eccellenti che ne controllano 135.000, molto spesso piccole
e piccolissime. Il sistema delle imprese turistiche soffre della
condizione di non avere questi «medi-eccellenti», i leader che
guidano lo sviluppo, le imprese «molla» che dispongono delle «reti
commerciali lunghe» indispensabili alla competizione. Si tratta
infatti di imprese familiari o guidate dall’intraprendenza dei
singoli. Il vecchio processo di «gemmazione» si è arrestato, non
ci sono avanguardie e prototipi da prendere a modello di
riferimento. Crescere la performance delle imprese
individuali-familiari e sostenere i già piccoli a diventare
medi-eccellenti è l’obiettivo di una efficace politica
economica per il turismo. Occorre poi affrontare il tema della
capitalizzazione delle imprese, anche in vista di Basilea 2.
Accedere al credito e utilizzare strumenti finanziari è già
enormemente complicato data la storica separazione, spesso solo
formale, fra proprietà dell’immobile e titolarità dell’impresa
che lo gestisce. In molte aree turistiche del paese, specie in
quelle «mature», la rendita dell’attività fatica a remunerare
la rendita immobiliare per gli effetti, devastanti, della bolla
speculativa. Se a ciò si aggiunge il fatto che, nel cambio
generazionale, i figli tendono ad affittare l’azienda anzichè
gestirla direttamente, il problema assume dimensioni davvero
preoccupanti. Strumenti fiscali e finanziari si rendono necessari
per orientare l’evoluzione e sostenere l’innovazione. La
questione non riguarda l’Iva. Il sistema turistico italiano non
potrà competere per il livello dei prezzi ma per l’originalità e
la qualità ospitale delle proprie imprese. Il sistema finanziario e
bancario ha già individuato: Private Equity Found
(compartecipazione al capitale di rischio delle imprese turistiche),
Fondi Chiusi e Bond di Distretto, sistemi attraverso i
quali, con il protagonismo degli Enti Locali ed il contributo delle
autonomie funzionali, sarà possibile affrontare sostenere nuovi
investimenti.
B) Il tema del capitale umano, della nuova
imprenditorialità e più in generale del sapere utile alla
crescita, è una priorità. All’Università non può bastare
misurarsi sugli indici di occupazione dei suoi laureati. Il sistema
formativo deve saper contribuire a generare imprenditori e imprese.
Oggi si laureano esperti in gestione, managemant e
amministrazione di servizi e aziende turistico-ricettive. Occorre
che una parte di questi laureati siano accompagnati a diventare
imprenditori, capaci di colmare il vuoto che si sta creando nel
cambio generazionale delle nostre imprese. Il sistema manca poi di
competenze commerciali e di marketing. Nel ginepraio della
formazione professionale si assiste ad una indistinta e non
qualificata offerta regionale che spesso crea solo camerieri e receptionist.
Come Spagna e Francia, dobbiamo organizzare scuole di alta
formazione e specializzazione in grado di garantire i quadri
intermedi commerciali, indispensabili al settore.
C) Viaggi più frequenti, di durata sempre più breve, hanno
cambiato il tradizionale concetto di vacanza sul quale era nato il
sistema Italia. Certo, i quindici giorni estivi continuano ad essere
una pratica diffusa ma oltre al «dove stare», per il turista è
decisivo il «cosa fare». La motivazione al viaggio è elemento
determinate degli attuali consumi. Si assiste all’avanzare di una
domanda nuova e diversamente segmentata i cui flussi sono inclini
alle vacanze brevi e diversificate, sempre più influenzati dai
fattori inerenti alla qualità e dagli elementi di ordine culturale,
edonistico e ambientale. La vacanza tende sempre più ad essere
coniugata con qualche forma di impegno, sia esso intellettuale,
culturale, sportivo, formativo, etc. L’elemento stimolo (la
sperimentazione) si amalgama con il riposo e la rigenerazione ed è
legato alla richiesta di vivere un’esperienza spesso a diretto
contatto con la natura, con l’obiettivo di recuperare un rapporto
autentico con il contesto ambientale teatro di un viaggio. Questi
fenomeni producono modificazioni strutturali e organizzative nelle
imprese. Aumentano le richieste di case, villaggi, appart-hotel,
b&b e cambia il modo di fornire ospitalità e servizi per il
ricettivo alberghiero che rappresenta, con 33.500 attività, il
corpo del settore. Riqualificare, aggiornare le dotazioni
strutturali, ampliare e migliorare i servizi, crescere in qualità,
fornire animazione e proposte per il tempo libero è l’imperativo
delle imprese turistico-ricettive. Incentivare sistemi di
aggregazione, dalle cooperative ai club di prodotto, risulta
necessario per reggere la competizione.
D) La questione della mobilità, della viabilità e dei trasporti
è un freno alla crescita per l’intera penisola. Autostrade,
strade, porti e aereoporti rappresentano la base logistica sulla
quale si muove l’economia del turismo. I distretti «maturi»,
quelli del turismo balneare (Romagna, Marche, Versilia, Liguria e
Veneto) e del turismo invernale (Trentino e Valle d’Aosta), hanno
bisogno di piani strutturali che migliorino la mobilità e
fruibilità delle loro destinazioni. Inoltre, in queste aree, è
decisivo il tema dell’attrattività. Gli amministratori locali si
interrogano sulla questione della «rottamazione» al fine di
ri-consegnare spazi e luoghi a turisti sempre più esigenti. Puntano
a modificare la «cartolina» delle loro città. Per riqualificare
l’offerta nel suo insieme, promuovendo la trasformazione urbana e
migliorando la qualità del sistema ricettivo, serviranno politiche
che prevedano la compartecipazione fra pubblico e privato. Nei
distretti e nelle regioni dove il turismo cresce rapidamente, o è
in via di sviluppo: il sud e le isole, il problema, rilevante sotto
questo aspetto, è la raggiungibilità. Tempi e costi dei trasporti
diventano componenti fondamentali per la competizione con altre
destinazioni del mediterraneo. I cambiamenti nella charteristica
aerea e l’ingresso delle compagnie low-coast hanno prodotto
benefici effetti su arrivi e presenze. Occorre dotare gli aereoporti
delle necessarie risorse tecniche ed economiche per stabilire
partnership lunghe e strategiche con i vettori aerei. La nautica
ed i porti turistici rappresentano poi un’importante volano per
l’economia delle nostre coste. Un turismo sempre meno elitario che
ha bisogno di infrastrutture moderne e capaci di soddisfare le
esigenze dei naviganti. La questione decisiva, per lo sviluppo
turistico del sud, rimane comunque quella dell’attrazione degli
investimenti. Servirebbero ulteriori facilitazioni e nuovi
incentivi, anche fiscali. Servirebbe sostenere una pianificazione
del territorio che consenta investimenti coerenti alle richieste del
mercato turistico, servono competenze e strumenti che facilitino il
compito a chi vuole investire.
E) Marketing e promozione sono strumenti indispensabili
per la conquista di nuovi mercati e nuovi segmenti di domanda. Essi
rappresentano tuttavia il software del sistema. È ingiustificata
l’attenzione e sono sproporzionate le risorse che vengono
destinate, da regioni, enti locali e autonomie funzionali, alla
questione della promozione. Il turismo in italia ha problemi di
hardware. Non c’è buon marketing se non c’è un buon
prodotto. La promozione turistica, di qualsiasi genere e grado, non
può essere la cosmesi del nulla. Sarebbe buona pratica passare
dagli incentivi a fondo perduto, che molte regioni danno alla
promo-commercializzazione, a fondi per la compartecipazione ad
iniziative e progetti di espansione commerciale, realizzati
attraverso aggregazioni fra operatori. È poi fuori di ogni
logica tenere distinta e separata la promozione turistica da quella
del sistema culturale, dell’arte e degli eventi, dei prodotti
eno-gastronomici tipici e di qualità, dell’artigianato «etnico».
Le regioni sbriciolano le risorse disponibili in miriadi di piccole
e spesso inutili iniziative. Lo Stato agisce all’estero per «compartimenti
stagni», con logiche burocraticamente orientate per ministeri, enti
ed istituti, senza tenere conto che l’attrattività del nostro
sistema, il cuore del nostro marketing è il felice impasto di
questi ingredienti.
Proposte
Il turismo italiano deve saper prendersi e farsi prendere sul
serio. Nel rispetto delle autonomie e delle competenze regionali,
servirebbe una politica nazionale non di sola, e per giunta scarsa,
promozione. L’analisi svolta consente di individuare le seguenti
priorità:
1. Serve una politica economica e fiscale capace d’incidere
sulla competitività delle imprese. Servono incentivi agli
investimenti non per «tinteggiare i muri» o «sostituire docce»
ma per sostenere nuova imprenditorialità e innovazione gestionale.
2. Servono politiche che inducano il sistema ricettivo ad
investire in qualità, ad aggiornare le dotazioni strutturali, ad
ampliare e migliorare i servizi.
3. Serve sostenere sistemi di aggregazione fra le imprese, dai network
alle catene, dalle cooperative ai club di prodotto, per reggere la
competizione internazionale.
4. Servono scuole di alta formazione per sopperire al deficit di
sapere, anche imprenditoriale, innescato dal passaggio generazionale
nelle imprese familiari che hanno costituito l’originaria ossatura
del settore.
5. Serve sostenere una pianificazione del territorio che consenta
investimenti coerenti alle richieste del mercato turistico, servono
competenze e strumenti che facilitino il compito a chi vuole
investire.
6. Serve premiare le regioni che progettano e intendono agire:
sulla qualità dell’accoglienza e dell’ospitalità di Città e
territori, sull’adeguamento del sistema del sapere,
sull’ammodernamento delle infrastrutture e dei trasporti.
7. Serve passare, ad ogni livello, dal contributo pubblico a
fondo perduto, al fondo d’impresa, sostenendo iniziative e
progetti di espansione commerciale in nuovi segmenti e mercati,
premiando rischio e coraggio.
8. Serve una promozione dell’Italia nel mondo «marketing
oriented»; coordinata con le regioni e che integri, anche
funzionalmente, turismo, cultura, arte, prodotti tipici e
artigianato.
9. Serve una mentalità dinamica ed un approccio finalmente industriale,
adeguato all’importanza che il turismo ha, già oggi, rispetto al
Pil e avrà domani per lo sviluppo e la crescita del paese.
Per realizzare questi obiettivi occorrerebbe, se non un
Ministero, almeno un Ministro. A dire il vero il Ministero ci
sarebbe: quello dei Beni Culturali, se si prendesse atto che il
patrimonio artistico e ambientale è il principale motore del
turismo italiano. Lo si potrebbe chiamare Ministero della Cultura,
del Turismo e della valorizzazione dei prodotti tipici
agroalimentari. In ogni caso è indispensabile una governance
Stato-regioni-imprese capace di definire le priorità,
razionalizzare le iniziative e massimizzare i risultati.
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