PALERMO
Laboratorio di storie e di genti
di Gianni Puglisi
È stata capitale di regni e culla di
civiltà. È l’espressione vivente della capacità di incontro tra
le grandi culture euro mediterranee. Ha un carattere forte, ma anche
una singolare voglia di normalità.
Cogliere la vera essenza di Palermo è
molto difficile, anche se, una volta intaccata la scorza della
diffidenza, che costituisce una caratteristica della sua gente verso
gli “sconosciuti”, essa appare in tutta la sua grandezza.
Palermo è stata nel corso dei secoli, ma soprattutto è nel nostro
tempo, una capitale e, insieme, un eccezionale laboratorio. La sua
posizione geografica e la sua struttura urbanistica le consentono di
essere un punto di approdo e insieme un punto di partenza per ogni
esperienza, che vada oltre l’epifania dell’immediatezza.
Pan-ormus, tutto porto: un luogo, insomma, che identifica la sua
essenza con la visione e con l’approdo: città di marinai e di
mercanti, di avventurieri e di santi, di artisti e di filosofi ha
sedimentato, nei secoli, due culture complementari, quella
dell’accoglienza e quella dell’integrazione, entrambe vissute
come scelte di vita e di pensiero. La stessa storia dei suoi Santi
protettori, Santa Rosalia e San Benedetto il Moro, è la
trasfigurazione antropologico-religiosa di queste due culture.
L’uno e l’altra sono arrivati a Palermo da lontano e vi sono
rimasti, fortemente radicati nella terra e nelle coscienze della
gente del luogo.
Palermo è bella da vedere, ma anche bella da vivere: a Palermo si
arriva per non ripartire più, ma da Palermo si può anche fuggire
per non tornare mai più. Palermo è da ricordare, ma è anche da
dimenticare. La sua atmosfera, la sua gente, le sue strade, i suoi
palazzi, i suoi colori, i suoi odori sono parte integrante di
un’olografia unica e irripetibile, che ne raffigura una
rappresentazione in cui lo scarto tra l’immagine e la realtà
finisce spesso con il fare la differenza anche nella vita di tutti i
giorni.
Chi vuole sapere cos’è Palermo, oggi, non deve leggere né la sua
storia, né una guida turistica anche se aggiornata, deve scegliere
la via dell’approdo diretto e del contatto immediato. Le luci, i
colori delle correnti marine che si intrecciano nel porto, i
riflessi delle case sul mare e i bagliori che dal mare salgono verso
le case prospicienti che si scontrano nell’aria rarefatta del
mattino, il Monte Pellegrino con il suo Castello Utveggio e il
Santuario della Santa che incombono su una città ancora
addormentata: è il fascino dell’approdo. Palermo è una città la
cui visione onomastica è duale: per un verso essa è un paesaggio
culturale - anche secondo la tipologia inventariale fissata
dall’Unesco per i suoi patrimoni - assolutamente unico, nel suo
mescolare terra, cielo e mare in un unico sinolo, che si esprime
nella lussureggiante Conca d’oro, che incontra da un lato lo
sfavillio del mare e dall’altro l’incantevole collina di
Monreale, antico sito normanno, che ha conservato e concentrato nel
suo Duomo un gioiello artistico-architettonico di rara fattura; per
un altro verso essa è un ormeggio aperto alle invasioni e alle
complicità dall’esterno, prospiciente in modo suggestivo su un
mare che nella sua brillante trasparenza sembra avvolgerla un po’
per proteggerla e un po’ per completarne la stupefacente bellezza.
Palermo è stata capitale di regni e culla di civiltà, sede di re e
di imperatori, è stata anche la porta d’Europa per molte genti
dell’Africa e del Vicino Oriente, come è stata la porta del
Mediterraneo per molte genti dell’Europa. Luogo di incontro e di
scontro la sua storia è costellata di fortune e di sfortune: a
Palermo hanno vissuto insieme ricchezze e povertà, miserie e nobiltà
mescolandosi in un mélange di genti e di culture, che ne fanno,
ancora oggi, una delle città più tolleranti e più intelligenti di
tutto il bacino del Mediterraneo.
La storia di Palermo sta nelle sue strade, nei suoi palazzi, nelle
sue chiese, nei suoi vicoli e nelle sue piazze, nei suoi giardini,
disegnati all’italiana o all’inglese, e nelle sue ville
lussureggianti, nei suoi monumenti, nelle sue fontane e, anche, nei
suoi ruderi talora non ancora rimossi, segni della storia, del tempo
e qualche volta dell’incuria dell’uomo, prima che nei libri e
nella coscienza culturale dei suoi abitanti. Fenici, arabi, greci,
romani, e più da vicino spagnoli, catalani, francesi, e ancor più
da presso “italiani” del Continente - come si diceva qualche
tempo fa fra la gente più semplice - hanno lasciato tracce vistose
e indelebili della loro vita palermitana. Diversamente che in altri
grandi città europee, la successione delle dominazioni
storico-culturali che hanno segnato questa città “tutta porto”
del mare nostrum non si è quasi mai sovrapposta, mettendo in atto
stupide cancellazioni del passato, bensì ha accostato alle più
antiche vestigia la grandezza dei signa delle dominazioni più
recenti, lasciando così convivere accanto a San Giovanni degli
Eremiti la solenne semplicità della Cattedrale, accanto al reale
Palazzo dei Normanni l’Ajutamicristo, accanto al complesso di S.
Maria dello Spasimo la bellissima chiesa di S. Eulalia dei Catalani,
accanto alla camera dello scirocco di araba memoria la sontuosa
bellezza della barocca chiesa di Santa Caterina, accanto alla
solenne austerità dello Steri o della Kalsa monumenti della
modernità come il Teatro Massimo, il Teatro Biondo o il Politeama
Garibaldi, accanto all’edilizia decadente, e in qualche caso
cadente, dei vecchi mandamenti del centro storico eleganti villini
patrizi della parte novecentesca della città, come il Villino
Florio, eccezionali espressioni di una delle forme artistiche più
famose di quel secolo, l’arte floreale, nota come Liberty, che
ebbe in Palermo la sua culla, e che oggi siamo ancora in grado di
ammirare nella sua impareggiabile e intatta bellezza nelle
decorazioni della Sala Basile di Villa Igiea.
È questa forse la dimensione più laboratoriale di Palermo-capitale:
riuscire a cucire storie e culture diverse, spesso inizialmente
vissute in modo cruento o, comunque, sofferto, non è stato
certamente cosa facile, anche se del tutto possibile. Palermo ha
sedimentato nelle coscienze della sua gente questo spirito di
paziente comprensione multiculturale, che nello spirito della
contemporaneità ne fa un esempio di regionalismo continentale
unico. La storia recente della Sicilia, dopo l’infausta esperienza
del Fascismo e l’ancora discussa esperienza di fine ultimo
conflitto mondiale, in cui soldati di tutte le parti del mondo,
guidati dagli americani e dagli inglesi, attraversarono l’Isola -
novelli garibaldini, poco meno di un secolo dopo l’Eroe dei due
mondi - seminando insieme speranza e paura, è stata la storia di
una diversità a responsabilità limitata. Regione a Statuto
speciale, come altre quattro Regioni italiane - Trentino-Alto Adige,
Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Sardegna - non sempre ha
usato questo eccezionale potere per esprimere, nel bene e nel male,
la sua capacità di essere diversa, spesso senza esserne pienamente
cosciente e, in qualche modo, senza confessarlo, neppure a se
stessa.
Come tutte le Grandi Culture ha scelto la strada della ibridazione
spirituale delle coscienze, senza infierire, senza lacerare e senza
cancellare: erede della cultura greca, ha saputo carpire le cose
migliori di quanti a loro volta volevano carpirne anche l’anima,
senza perdere né questa, né quelli. Ha saputo dare della sua
diversità una versione fiera e orgogliosa, anche se, in alcuni
momenti, drammatica. Palermo è stata l’icona più visibile e più
significativa di questa dimensione culturale. Palermo è la città,
l’unica al mondo - forse - nella quale la mafia, la criminalità
organizzata, ha assassinato un Capo del Governo della Regione, Pier
Santi Mattarella, un Capo della Polizia, Boris Giuliano, un Sindaco,
Giuseppe Insalaco, un Prefetto, rappresentante del Governo
nazionale, Carlo Alberto Dalla Chiesa, un Capo della Procura della
Repubblica, Gaetano Costa, un Capo dell’Opposizione politica, Pio
La Torre, e poi ancora altri, tanti altri, poliziotti, magistrati,
fra cui spiccano i nomi dei due Giudici, ai quali è dedicato
l’Aeroporto di Palermo-Punta Raisi, Giovanni Falcone e Paolo
Borsellino, sacerdoti, giornalisti. Tanti invero, troppi.
Eppure Palermo è la città che ha saputo risorgere, che ha saputo
dare una svolta radicale alla sua vita e alla sua storia,
ribellandosi alla mafia, costruendo una nuova vita e una nuova
stagione di libertà e di speranza: libertà e speranza che passano
attraverso un diverso approccio ai problemi della propria esistenza
civile e sociale, attraverso un diverso impegno etico e culturale,
partendo dai giovani delle scuole e dell’Università, ma puntando
a tutti i cittadini, senza distinzione di età, di censo o di
attività lavorativa. Ancora una volta laboratorio culturale e
politico.
La svolta di Palermo è quella che riporta la grande città
mediterranea nell’alveo della normalità: ciò non vuol dire
rinnegare la propria diversità culturale, piuttosto vuol dire darle
un nuovo valore etico e culturale, che consenta di cogliere nella
tragicità del male, che l’ha attanagliata per anni, la causa e la
radice negative di uno sviluppo distorto da correggere, e farne
invece ragione di rivolta morale e energia per il recupero dei
valori, che l’hanno resa grande nei secoli della sua storia,
l’onestà, la correttezza e l’amore per il proprio lavoro,
valori che appartengono anche a tutti gli uomini liberi, oltre ogni
differenza regionale, sociale o culturale. La sua diversità è oggi
il ritorno alla normalità di una sana e operosa società civile.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, siciliano di scoglio - per usare una
splendida metafora di un grande giornalista, Vittorio Nisticò, a
sua volta siciliano d’adozione - nel suo celeberrimo Il Gattopardo
ha descritto una Sicilia immobile nel tempo e refrattaria ad ogni
cambiamento, rappresentandone la parte meno cruenta e più affabile,
ma parimenti inaffidabile, anche se olograficamente affascinante:
una cultura, in breve, a cui è quasi impossibile ribellarsi.
Leonardo Sciascia, siciliano d’alto mare - per continuare nella
precedente metafora - nei suoi racconti più popolari ha descritto
una Sicilia violenta e aggressiva, quasi da cancellare, per
stimolare, invece, la coscienza dei suoi lettori alla rivolta morale
e esorcizzarne l’assuefazione e l’abitudine, in una parola per
istigarli a rinnegare il gattopardismo, che culturalmente li
attanaglia.
Oggi, si direbbe che ha vinto la battaglia Leonardo Sciascia, una
battaglia durata decenni nelle Istituzioni e nelle piazze, nelle
librerie, nelle scuole e nell’Università. Palermo ha voltato
pagina, oggi più luminosa e più vivibile, lontana dagli anni bui
degli eccidi mafiosi, ha riscoperto il gusto della vita
all’aperto, delle passeggiate, della solarità delle sue strade e
della serenità delle sue case, della frescura della sue fontane e
del silenzio delle sue chiese. Palermo di nuovo stupor mundi, come
il suo grande Imperatore e testimonial senza tempo, Federico II,
sepolto nella sua Cattedrale, simbolo di europeismo e di grandezza
politica: il vero simbolo di una normalità diversa o di una
diversità normale, come la sua, la nostra Palermo.
Sciascia, allora, batte Tomasi di Lampedusa? Così è, se vi pare!,
sussurra il Gattopardo che c’è in ciascuno di noi.
Gianni Puglisi, Presidente Unesco-Italia