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Scicli:San Giuseppe (18 Marzo 2006)
Affonda le sue radici nel Medioevo la tradizione secondo cui ogni anno la festa di San Giuseppe a Scicli viene onorata con una cavalcata al cui passaggio per le vie della città si accendono i caratteristici falò che illuminano la notte, ricordando la fuga in Egitto di Giuseppe, Maria e del bambin Gesù, in groppa a un asino. Secondo alcuni storici la tradizione dei falò può farsi risalire ad una festa tra le più importanti dell'antica Roma, quella in cui veniva osannato il "sol invictus", la festa del trionfo della Luce (la Primavera) sull'inverno tenebroso. Tra le fonti più risalenti che parlano di questa tradizione lo storico Pitrè, mentre Elio Vittorini dedica una pagina memorabile delle sue "Conversazioni in Sicilia" alla tradizione della cavalcata di Scicli. La rivisitazione storico-religiosa della fuga in Egitto narrata dagli Evangeli si svolge ogni anno intorno al 19 marzo, con la preparazione di cavalli che vengono bardati con fiori e violaciocche ( u balucu, nel dialetto locale), e con essi i cavalieri percorrono le strade della città, dove, intanto, vengono accesi particolari falò (i pagghiari). Vicino ai falò si raggruppano capannelli di persone che consumano insieme cene frugali a base di arrosti. Le migliori bardature vengono quindi premiate dal comitato che organizza la festa. Caratteristico anche l'abbigliamento dei cavalieri: un paio di pantaloni di velluto, con il taglio alla carrettiera, e un gilet abbinato, di colore scuro, una camicia bianca con le maniche rimboccate, una cintura molto larga, lavorata a mano, di vari colori, dalla quale penzola, sul fianco destro, un grande fazzoletto rosso, una burritta col giummo in testa e una pipa di creta o di canna. Quattro ciaccari, due davanti e due dietro il cavaliere, a forma di croce, illuminano il percorso dei cavalli. La tradizione della cavalcata si perpetua, immutata, da secoli. Solo durante le due guerre fu sospesa: in paese mancavano gli uomini, perché in guerra o dispersi. Non c'erano bestie, e per lo stato di povertà la gente faceva i pagghiari molto piccoli.
La festa si compone dei segni di una devozione che affonda le sue radici nella cultura contadina, nell'esigenza di chiedere a San Giuseppe l'acqua, per fare crescere le fave, per fare crescere il grano. Nel mese di marzo a Scicli non piove più, e un tempo non era inconsueto sentire, al passare della cavalcata: "Patriarca beddu, dateci l'acqua, fate piovere". Un'immagine di San Giuseppe a Scicli campeggiava in ogni stalla. La bestia a quel tempo, per i contadini, era tutto, era il simbolo della vita. Per arare il campo, per il trasporto ci voleva l'animale. L'effigie di san Giuseppe proteggeva la famiglia contadina da ogni fatalità: il santo riceveva in cambio esclusiva devozione, una devozione che anche quest'anno,
si perpetua nel solco della tradizione
Scicli:L'uomu vivu (domenica di Pasqua)
Verso le ore undici dalla chiesa di Santa Maria la Nova esce la processione del
Venerabile, cioè del SS. Sacramento. La coda del corteo processionale non è
ancora uscita dalla chiesa quando un numerosissimo gruppo di giovani
s'impossessa della statua del Cristo Risorto, comunemente chiamato Gioia.
Sollevando energicamente ala massima altezza le aste della portantina con le
braccia levate, i giovani gridano ripetutamente tutti insieme: Gioia! Gioia!
Gioia! Ha così inizio un rito orgiastico inquietante e sublime. Per più di
un'ora, dentro la chiesa, i giovani, a brevi e regolari intervalli, continuano a
sollevare la statua, sbilanciandola lateralmente, in avanti, indietro, gridando
sempre in coro: Gioia! Gioia! Gioia! È impressionante ciò che succede. Si
celebra chiaramente un rituale erotico fortemente marcato. Per rendersene conto,
basta guardare in viso e nei movimenti i giovani di Scicli, che sprizzano gioia
e vitalità da tutti i pori. Essi improvvisano, giocano, si urtano, ridono con
intima e totale partecipazione. Verso le ore dodici esce finalmente la bella
statua lignea dell'Uomu vivu.
Clima orgiastico e ritmo frenetico portano il simulacro per le vie di Scicli,
con tutta la montagna di fiori su cui poggia, spingendolo in alto e in basso,
avanti e indietro, e in ogni direzione, secondo il capriccio e l'estro dei
giovani che lo portano in giro, al suono delle marce più movimentate, sotto una
pioggia di fiori gettati dai balconi delle case e in una tempesta di spari
assordanti provenienti dal colle di San Matteo. Celebrano in modo primordiale,
energico, istintivo, la forza e la gioia della vita, come negli antichi riti
agrari, i cui valori, nella festa di Scicli, sono stati ereditati,
rifunzionalizzati e consacrati.
Si ringrazia Giuseppe Savà
Il testo che Vincio Capossela dedica alla statua del cristo risorto
Scicli:I MULICI (ultimo sabato di maggio)
La prima fonte scritta che ci parla della "sacra rappresentazione"
della battaglia tra cristiani ed infedeli risale alla fine del 1400 ed è,
ancora una volta, costituita dalla Memoria del sacerdote Di Lorenzo. In questa
memoria, infatti si parla della grande devozione del popolo di Scicli, il quale
ogni anno "fa la fexta cum la fincta bactalia". Ad avere studiato in
questi anni con grande attenzione e competenza la festa è stato lo studioso
Paolo Militello. "Ab antiquo il luogo della festa fu...la spiaggia di
Donnalucata. Li sbarcavano da varie scialupe i marinai dei due scali di Sampieri
e Donnalucata...
...A poco a poco il luogo della battaglia si scelse sempre più vicino
all'abitato e ora (fine '800) lo scontro si prepara nel piano dell'Oliveto fuori
il limite meridionale della città". All'inizio del Settecento, secondo
quanto ricostruisce Paolo Militello, è datato il primo mandato della contabilità
comunale, "per la festa da celebrare nel sabato di Lazzaro, per la
rinnovazione della memoria che si fa ogni anno, quando nostra Signora comparve,
visibilmente, a cavallo, e concultò "Belcane", con tutti li
saracini". Nel 1736 il miracolo della vergine a cavallo venne ufficialmente
riconosciuto dalla chiesa con decreto di papa Clemente XII. Al 1819 risale un'àpoca
(una quietanza) del notaio Antonino Emmolo, dove si trova indicata la spesa per
"clarinetti, trombe, tamburi, 17 soldati urbani, capo militare, sergente e
sei soldati, cartocci dei milizziotti, trabucco, ragazzo che cantò lodi, vino
per i marinai, che lortarono la statua due volte".
Dalla fine dell'Ottocento le descrizioni della festa si fanno molto più
numerose, anche per l'interesse suscitato in molti studiosi di tradizioni
popolari (soprattutto Vigo, Pitrè, e Guastella). Ma qual era svolgimento della
festa all'inizio del Novecento? Ecco la descrizione fornita da Concetta
Cataudella nel 1919: "Ogni anno, quindici giorni prima di Pasqua, si fa la
festa della Madonna della Milizie. In questa festa popolare importante sono
tradizionali tre giorni di fiera... Nel pomeriggio del sabato su di un'antica
barca a vela, posta su ruote, si avvicina alla Matrice Belcane con un manipolo
di uomini travestiti da turchi e armati di sciabole e tromboni.
Nel punto opposto della Matrice trovasi Ruggiero di Altavilla, col suo stato
maggiore ed alcuni soldati Cristiani armati di sciabole e fucili, preceduti da
una bandiera nazionale. Spari, fumi, grida! Esce dalla Chiesa l'artistica statua
della Madonna delle Milizie. All'apparizione della Madonna suonano a festa le
campane; Turchi e cristiani sparano; Belcane ed i suoi con la bandiera turca
scappano. La Madonna gira il paese; al piano Oliveto si ferma. Ritto su di un
palco di legno sta Belcane col suo stato maggiore. [Segue l'alterco tra San
Ruggiero e Belcane]. Arriva la Madonna; i Turchi fuggono, i cristiani sparano e
l'inseguono.
La madonna giunge sotto un'antenna mobile di legno... che porta ai fianchi ed
alla sommità parecchi angeli di legno verniciato. L'antenna si abbassa, gira
intorno, gli angeli si muovono e salutano Maria. La musica intona la marcia
reale, l'antenna si alza e si fissa. Un giovinetto vestito da angelo sale sul
palco, base dell'antenna, e, con voce caratteristica, lenta, patetica,
sentimentale canta... l'inno di ringraziamento alla Madonna". Non mancavano
particolari che rendevano colorita la sacra rappresentazione. Ad esempio fino
alla fine del Settecento (e, forse, fino ai primi dell'Ottocento) in cima
all'antenna "anzichè angeli di cartapesta venivano collocati alcuni "gittatelli"
[bambini abbandonati] nati da pochi giorni, che forniva il locale brefotrofio.
Lo spettacolo, barbaro ed inumano, si ripeteva anche in altre feste, religiose o
no" (M. Pluchinotta, Memorie di Scicli, 1932). Purtroppo qualcuno di questi
bambini, sospesi all'asse girevole, qualche volta ci moriva. Un altro aspetto
caratteristico era costituito dai costumi utilizzati dagli attori: "I
Normanni a volte non [erano] che pochi volenterosi vestiti alla meno peggio... a
capo dei quali sta[va] sempre un Gran Conte Ruggiero con una vecchia uniforme di
musicante o di guardia municipale, schiacciato sotto un elmo del reggimento di
cavalleria Real Palermo di borbonica memoria". I Turchi un tempo erano i
pescatori di Sampieri e di Donnalucata, guidati da un maestoso Belcane con in
bocca una pipa monumentale. Un anno, però, Belcane "aveva tanto pochi
Turchi nella sua [barca] che, non sapendo come meglio ma riempirla, vestì le
donne di casa sua da odalische e scese a Scicli con tutto l'harem". Nel
dialogo fra Ruggero e Belcane, inoltre, non mancavano allusioni politiche e
battute suggerite dai fatti del giorno. Era come assistere ad una
"pasquinata": nel 1900, per esempio, si udì l'emiro Belcane parlare
al Conte Ruggero di Garibaldi e dei moti di Milano e del 1898; un altro anno,
invece "Belcane prese a gettare sulla folla, assiepata attorno al palco,
manciate di carrubbe, quasi fossero "chiappe" di tabacco, per
dimostrare l'abbondanza di cui avrebbero goduto i Siciliani sotto il suo
Governo. Chiara allusione satirica al Governo piemontese, che aveva istituito il
monopolio dei tabacchi".
Negli anni a cavallo fra le due guerre mondiali la leggenda sembra subire un
altro processo di "attualizzazione". Nel nuovo clima socio-culturale
nasce la figura dell'eremita che cerca di fare da mediatore di pace fra i due
contendenti: senza dubbio tale personaggio risente l'influenza dei tempi che
viviamo, in cui gli orrori delle guerre passate destano vivo negli uomini il
desiderio di scongiurarle, invocando pacifiche soluzioni nel contrasto tra i
popoli. E' questa, dunque, la dimostrazione della capacità del mito di
"attualizzarsi", configurandosi come un "sistema aperto":
saldamente ancorato alla realtà socio-politica che lo esprime, ma anche capace
di adeguarsi ad essa senza perdere la sua autonomia.
Si ringrazia l'Autore GIUSEPPE SAVA' per la concessione