| HOME |
| CHI SIAMO |
| AREA TURISMO |
| AREA EVENTI |
| AREA MARKETING |
| AREA EDITORIA |
| PUBBLICAZIONI |
| VIDEO |
| NEWS |
| LINK |
|
Artigianato tipico |
|---|
Case e Immobili |
Eventi |
Gastronomia |
Informazioni |
Noleggio |
Servizi |
Shopping |
Sport e tempo libero |
Svago |
ITINERARI |
Provincia di Catania |
Provincia di Siracusa |
Provincia di Ragusa |
Gastronomia |
Archeologia |
Prodotti Tipici |
Paesaggio Ibleo |
Arte - Cultura |
Masserie |
|
Il Marsala, una
Storia di successo Notissimo nel mondo è ancora vinificato all'antica maniera. 30 mila persone ogni anno visitano le Cantine Florio Storia, cultura, tradizione e territorio. Difficilmente un vino riesce a legare il proprio nome a quattro aspetti in contemporanea, ma il Marsala è proprio tutto questo. La sua notorietà nel mondo è tale che in diversi Paesi - Usa, Gran Bretagna, Malta, Moldovia e fino alla lontanissima Australia - ne producono un'imitazione che, pur riducendo la commercializzazione dell'originale con innegabili danni economici, non scalfisce l'immagine che scorre da più di 230 anni nelle grandi botti di rovere e di ciliegio, a dimora nelle cantine della città trapanese. Fedele al motto «meno quantità, più qualità», la produzione di vino Marsala negli ultimi anni è scesa nel numero degli ettolitri imbottigliati. Secondo i dati della Camera di commercio di Trapani, nel 2004 le 13 aziende aderenti al Consorzio di tutela del Marsala Doc hanno prodotto 80.732,75 ettolitri, contro i 113.178,8 dell'anno precedente. Il 30% del mercato è rivolto all'estero. Usa, Francia e Scandinavia le aree che importano maggiori quantità del vino liquoroso siciliano, «ma stiamo cercando di riaprire i canali con la Gran Bretagna che con il tempo ha deciso di non ordinare più il Marsala originale - precisa Marco Rubino, presidente del Consorzio di tutela - mentre si affacciano altri Paesi consumatori come il Giappone». La storia di questo vino da dessert ha una data, il 1773, quando un commerciante di Liverpool, John Woodhouse, approdò nel porto di Marsala per riparare il proprio brigantino da una tempesta di scirocco. Woodhouse e il suo equipaggio ebbero modo di bere un vino locale, il perpetuum, invecchiato in grandi botti di buon legno, che aveva una caratteristica: dopo un lungo periodo di messa a riposo, ne veniva prelevata una certa quantità sostituita con equivalenti litri di vino giovane. Un'operazione ripetuta negli anni, "in perpetuo", che aveva l'obiettivo di assicurare l'amalgama tra vini uniformi di età diverse. Woodhouse si innamorò di questo vino e decise di scommettervi, spedendo 50 grossi barili in patria. Raccomandò ai marinai di aggiungere acquavite da vino per non alterarlo durante il lungo viaggio per mare. In Inghilterra fu subito trionfo, le richieste di Marsala decuplicarono in breve tempo e Woodhouse si trasferì nella città lilibetana per produrre e commercializzare il vino dolce, «degno della mensa di qualsiasi gentiluomo». Il richiamo del successo favorì l'arrivo di altre famiglie inglesi, tra cui gli Ingham, il cui nipote, Giuseppe Whitaker, fu nella seconda metà dell'Ottocento il vero ambasciatore del Marsala nel mondo. E gli italiani? Nel 1832 un imprenditore originario di Bagnara Calabra, Vincenzo Florio, decise di aprire un baglio di fronte al porto di Marsala, tra quello dei Woodhouse e l'altro degli Ingham, facendogli presto concorrenza grazie a una flotta di 99 navi. Un aneddoto condisce i particolari della nascita dell'Italia unita. L'11 maggio 1860 i Borboni vennero dissuasi dal cannoneggiare le navi "Piemonte" e "Lombardo" su cui si trovavano Garibaldi e le sue mille camice rosse, pronti allo sbarco in Sicilia, perché il porto di Marsala era pieno di navi sventolanti la bandiera britannica e qualche proiettile fuori traiettoria rischiava di aprire una guerra contro Londra. Il resto è nelle pagine dei libri di storia. Ancora oggi, i circa 30.000 visitatori che ogni anno affollano le cantine Florio possono ammirare una sala dove sono in bella mostra alcuni fucili donati dai soldati garibaldini al loro passaggio tra queste mura. Lo stesso Garibaldi, che era astemio, rimase estasiato dal Marsala. In cambio ricevette la dedica di un'etichetta, G.D., cioè Garibaldi Dolce. Riprendendo le identiche ricette, il Marsala è oggi vinificato all'antica maniera. La vendemmia avviene a settembre e dopo la selezione delle varie uve, molto zuccherine, inizia la tradizionale "vinificazione in bianco". Alla spremitura segue la fermentazione nella quale il carico di zucchero delle uve si trasforma in alcol. Frequenti travasi consentono poi l'ossidazione del vino. Si arriva così alla "concia", la miscela di alcol e acquavite di vino, allungata al vino di base, che dà origine al "marsala vergine". Varie aggiunte completano il processo di lavorazione, in base alle tipologie. Nascono così il "Marsala Fine", con invecchiamento minimo di un anno; il "Superiore" (affinamento minimo di due anni); il "Superiore Riserva" (minimo quattro anni); il "Vergine e/o Soleras" (minimo cinque anni); il "Vergine e/o Soleras Stravecchio" o "Vergine e/o Soleras Riserva" (minimo dieci anni). Antonio Casa |
|