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Quale turismo
per la Sicilia Roberto Cellini* La proposta di Giulio Tremonti sull'allungamento della durata delle concessioni delle spiagge, come fonte di finanziamento per investimenti pubblici nel settore del turismo, dopo un'accoglienza che solitamente si tributa a barzellette di basso livello, ha iniziato a stimolare un dibattito più serio di cui conviene richiamare alcuni punti e dal quale è possibile sviluppare altre considerazioni. Vale la pena ricordare che attualmente le concessioni sono di durata di 6 anni (ma 4 in Sicilia), un lasso di tempo incompatibile con progetti di investimento di lunga durata. E tuttavia le stesse concessioni sono rinnovabili e in genere rinnovate, dando luogo, in molti casi, a rendite familiari monopolistiche di lunghissima durata. Queste rendite non stimolano alcun investimento per riqualificare il prodotto. Tra i benefici portati dall'allungamento dei periodi di concessione, non solo vi sarebbe quello di rappresentare un'occasione di maggiore redditività di risorse pubbliche ma anche quello di consentire ai concessionari orizzonti coerenti con seri progetti di investimento. Sugli aspetti negativi si è molto scritto e detto, anche in termini coloriti. Primo, l'incremento dei periodi delle concessioni (e del loro prezzo) espellerebbe dal mercato i piccoli imprenditori che rappresentano oggi la quasi totalità dei concessionari e aprirebbe la strada all'ingresso di grandi operatori, anche esterni. Questo è un punto degno di attenzione perché vi è un forte argomento a favore delle piccole imprese locali nel settore del turismo: il moltiplicatore "locale" della spesa turistica (cioè quanto ogni lira spesa da turisti si traduce in un aumento del reddito dell'economia locale) è inversamente legato alla dimensione media delle aziende presenti: l'abbondanza di piccole imprese legate al tessuto locale garantisce un maggiore valore del moltiplicatore. E' dunque certamente da scongiurare l'esito che l'allungamento delle concessioni porti grandi imprese forestiere a sostituire piccole imprese locali. In questo senso, una propensione degli imprenditori locali verso forme di cooperazione e consorzi locali sarebbe auspicabile. Il secondo elemento di preoccupazione riguarda il pericolo di ulteriori e più gravi scempi ambientali. Voglio però credere in una seria regolamentazione di questo settore: l'allungamento delle concessioni dovrebbe accompagnarsi ad una più rigida sorveglianza da parte delle pubbliche autorità. Anche perché, a prescindere dagli aspetti ambientali, nel caso delle spiagge sono presenti molte fattispecie di casi che danno luogo ai cosiddetti "fallimenti di mercato": posizioni monopolistiche, beni pubblici, esternalità; ecc., che determinano allocazioni inefficienti del libero mercato, se non regolamentato. Insomma, se fossero ancora di moda le Authority, si potrebbe invocarne una, per sovrintendere al settore delle spiagge, avendo la certezza di adeguate argomentazioni teoriche a supporto della richiesta. Sono sicuro che l'idea di Tremonti sarebbe stata accolta con maggiore attenzione, se fosse stata corredata anche dalla proposta di istituzione di un'Authority. Terzo, si contesta che il turismo di massa sia un modello di sviluppo da perseguire e quindi si contesta l'enfasi messa sulle spiagge (e sulle infrastrutture di comunicazione e ricettive). Questa posizione è ben esemplificata dall'intervento di Giuseppe Giarrizzo, su La Sicilia del 4 maggio: egli lamenta che al Sud venga sempre associato uno sviluppo basato su turismo di massa, che ignora industria e agricoltura. Io concordo sul fatto che non bisogna dismettere il settore primario, né il secondario; mi trovo meno concorde nel guardare con sufficienza al turismo di massa. Avere pochi turisti, interessati ad esempio al culturale, è sicuramente un elemento qualificante, ma dall'impatto economico, temo, poco rilevante: anche se caratterizzati da un'alta propensione alla spesa, i turisti culturali sono pochi. In altre parole, sono convinto che il patrimonio culturale sia un ottimo elemento di differenziazione del prodotto turistico balneare del Sud Italia (e siciliano in particolare), ma dubito che il turismo culturale possa sostituire quello balneare come motore di crescita. "Evitare il modello Rimini" è uno slogan molto popolare in Sicilia. Ma chi lo usa, forse, non conosce gli sforzi fatti sulla riviera romagnola per differenziare i prodotti. Si sa, ad esempio, che svariati concessionari di stabilimenti hanno convenzioni con le biblioteche comunali per il prestito dei libri in spiaggia? In Romagna, lo stato delle spiagge oggi e i servizi che vi vengono offerti, sono un modello per nulla negativo. Oltretutto, a me Rimini fa venire in mente categorie come "capitale sociale", "imprenditorialità", "innovazione" (ormai "mucillagini" è un ricordo sfocato). Insomma, sto affermando che Tremonti ha detto cose incomplete ma non infondate e sto anche suggerendo che se la Sicilia ogni tanto guardasse Rimini, forse potrebbe imparare qualcosa. Sono provocatorio, ma non troppo. *Università di Catania
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