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TOMBE DI ETA’ BIZANTINA IN PIENO CENTRO STORICO A SCICLI  

La scoperta è avvenuta per caso, durante i lavori di scerbatura del costone roccioso della collina della Croce, propedeutici alla messa in sicurezza dell’abitato. L’archeologo Pietro Militello, dell’Università di Catania: “Si apre uno squarcio inedito nella storia dell’abitato della città tra il IV e il VI secolo dopo Cristo”

 

La scoperta è avvenuta per caso. La ditta che si è aggiudicata l’appalto per i lavori di messa in sicurezza del costone roccioso della collina della Croce stava procedendo alla scerbatura del sito, quando, da sotto la vegetazione, sono spuntate alcune cavità che hanno subito destato sospetto.
L’assessore alla promozione turistica, Bartolo Piccione, ieri mattino ha chiesto la sospensione dei lavori alla ditta Pavesi di Parma, che aveva iniziato la messa in sicurezza della collina Croce e della collina San Matteo (appaltata dal Comune grazie ai fondi della legge 433 del 91, meglio conosciuta come legge del terremoto di Santa Lucia, per un importo di quattro milioni di euro).
Ieri pomeriggio un primo sopralluogo dell’archeologo sciclitano Pietro Militello, docente di archeologia presso l’Università di Catania, oggi un ulteriore rilievo che ha confermato il sospetto: una piccola necropoli, un cimitero di età tardoantica, o bizantina, è stato rinvenuto in pieno centro storico a Scicli, a pochi metri dalla chiesa di San Bartolomeo.
“Avevamo notizia di una tomba in quel sito –spiega l’archeologo Pietro Militello-, le altre sono state nascoste per secoli dalla vegetazione. La provvidenziale opera di pulizia del costone roccioso apre uno squarcio inedito nella storia dell’abitato di Scicli nel periodo che va dal IV al VI secolo dopo Cristo”. Ma in cosa consiste la scoperta? “Si tratta di sette, otto tombe, alcune a loculo, altre ad arcosolio, risalenti a un periodo che può essere ricompreso tra il 300 e il 450-500 dopo Cristo. Le tombe a loculo sono riconoscibili perché di forma rettangolare, mentre quelle ad arcosolio hanno un profilo arcuato. Le più antiche si trovano in alto, lungo il costone, le più recenti sono più vicine all’attuale piano di calpestio stradale”.
Qual è l’importanza scientifica della scoperta? “Si tratta di un tipo di architettura poco frequente in questo territorio. In passato abbiamo censito catacombe a Chiafura e in contrada “Ronnafridda”, quello scoperto oggi è qualcosa di diverso: un piccolo cimitero che costeggiava una strada di accesso molto ripida e disagevole, che mille e più anni fa doveva essere certo più comoda, forse anche in considerazione del fatto che l’orografia del territorio era diversa ed esisteva un'altra parte del costone roccioso che rendeva meno impervia la salita”. Ma a cosa conduceva la strada di accesso? “Stando al principio che i cimiteri erano costruiti a valle e le città in altura, dobbiamo immaginare che questo sentiero che costeggiava il cimitero portasse ad un abitato che si trovava a monte, sulla collina della Croce. Purtroppo di questo insediamento non ci resta più traccia, vuoi perché in epoca successiva in quel sito fu costruito il convento della Croce, vuoi perché le costruzioni del tempo erano realizzate con tecnica “a secco”, per cui è difficile trovare tracce dopo che le pietre sono state smontate”.
E in termini urbanistici la presenza di un villaggio sulla collina della Croce cosa rappresenta? “Evidentemente il villaggio su questa collina era una sorta di contraltare all’altro villaggio, di cui da sempre abbiamo avuto notizia, quello che sorgeva sul colle di San Matteo. Ma abbiamo traccia di altri villaggi, a “Ronnafridda”, a Baia Samuele, al Trappeto, solo per citare le contrade più importanti. L’epoca tardoantica, o bizantina, si caratterizza per la presenza di villaggi sparsi lungo tutto il territorio, la cui economia si fondava sull’agricoltura. A quel tempo il bisogno di sicurezza era poco avvertito. Solo in epoca successiva, in occasione delle incursioni saracene, le popolazioni si rifugiarono tutte sulla rocca”.
E mentre a Chiafura, nel corso dei secoli, le tombe sono state rimaneggiate, fino a diventare da residenze dei defunti a residenza dei vivi, che in quelle grotte realizzarono le loro abitazioni, qui invece sono state preservate. “Ancora nel 1700 ogni tanto scavando le grotte gli sciclitani del tempo trovavano le tombe di questo genere e poi le ampliavano e andavano ad abitarci. Forse lassù, poco più in alto, potremmo scoprire una grossa tomba, una sorta di catacomba…”
Ci sono particolari interessanti che possono dirci qualcosa degli usi, dei costumi e delle tradizioni funerarie di questi antichi sciclitani? “Sulla bocca delle tombe, di cui una bisoma, cioè a due posti, si notano le tracce delle riseghe su cui poggiavano le lastre di copertura, che venivano incastonate verticalmente. Siamo in un’epoca in cui il Cristianesimo comincia ad affermarsi, ma dobbiamo diffidare dall’immagine oleografica che spesso abbiamo di questo periodo, molto suggestionato dall’icona dei cristiani nelle catacombe e simili. Siamo in realtà in un periodo molto fluido, in cui riti pagani e riti cristiani si mescolano. A Scicli sono state rinvenute lastre sepolcrali in cui erano incise iscrizioni che affidavano a Cristo l’anima del defunto, ma altrove, in altri siti del territorio della provincia iblea, abbiamo trovato iscrizioni con cui ci si raccomanda ai demoni…”
C’è un rito bizzarro, particolare che veniva officiato in onore del defunto? “Sì, il “refrigerium”. Si praticava una fessura nella tomba e da qui, attraverso delle canalette, si immettevano dei liquidi, per rinfrescare il morto”.

Peppe Savà