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Un toscano in
Sicilia "L'aria comincia ad essere surriscaldata. Al Vinitaly importatori americani mi riferivano di sconti fino al 50% praticati dai produttori siciliani sui prezzi di listino. Se è così, non è mica una bella notizia". Leggete queste affermazioni pronunciandole senza le "c", aggiungete lo schietto accento toscano, una voce possente e modulata interrotta dalle risate e avrete come risultato Antonio Moretti, uno degli ultimi (in ordine di tempo) imprenditori del Nord giunti in Sicilia per fare vino. Secondo la rivista statunitense Wine Spectator il suo Oreno, prodotto nella tenuta Setteponti, è risultato essere il migliore vino italiano, il decimo nel mondo. La sua conquista siciliana si chiama Feudo Maccari, 125 ettari di terreno tra Noto e Pachino, di cui 35 coltivati a vigneto, acquistati letteralmente a pezzetti da più di ex cinquanta proprietari. Un'impresa che poteva stufare chiunque, "ma io sono innamorato della Sicilia" precisa Moretti, "e dire che i miei amici, quando gli comunicai l'iniziativa, quattro anni fa, mi diedero del pazzo". Nel Feudo Maccari, Moretti produce il "Rosso di Noto" e il "Saia", un Nero d'Avola che prende il nome dai canali di irrigazione costruiti secoli fa dagli arabi per raccogliere le acque piovane. Seduto sul divano della sala da pranzo, l'imprenditore aretino, conosciuto per le sue molteplici attività nei settori dell'abbigliamento e calzaturiero, non mostra la soddisfazione di chi, per il secondo anno consecutivo, ha appena venduto 3500 bottiglie di "Saia" a buyers giapponesi appositamente giunti nell'isola per l'occasione, innamorati della nostra cucina grazie ai numerosi piatti di spaghetti con pomodoro ciliegino. "Parliamoci chiaro. Se non disponessi della struttura commerciale della mia tenuta in Toscana non sarei qui a raccontarle l'affare che ho appena concluso. Questa è una terra meravigliosa, l'ideale per vedere maturare le uve, per vendemmiare, per imbottigliare. Però, in questo momento c'è una sovrapproduzione. Lo sa che, a priori, un vino toscano vale il 20% in più di un corrispondente siciliano prodotto con gli stessi costi e avente l'identica qualità? A chi acquista non importa del lavoro che c'è dietro un Nero d'Avola e anche se uno insiste, niente: il toscano spunta sempre un prezzo migliore. Poi, pur di vendere e di smaltire le quote eccedenti si abbattono i prezzi. E io mi danno l'anima, perché in questa maniera non si riescono a mantenere le giuste quotazioni". La rabbia sbollisce il tempo di pochi secondi. "Lo vede quell'albero - ride indicando un ulivo intrecciato di quattro, forse anche cinque secoli, frutto della scuola araba - mi basta andare alla finestra e guardarlo per pochi secondi, ché mi passa tutto. Ma in Toscana quando mai potrei ammirare una meraviglia della natura del genere?" "Sono d'accordo con Zonin quando dice che la Sicilia deve puntare sui vitigni autoctoni. E' l'unica maniera per fermare Paesi come la Cina, dove potranno pure imparare la tecnica, imbottigliare centinaia di milioni di ettolitri di vino, ma non hanno questo sole e questa terra. No, sono certo. In Cina non faranno mai vini come i nostri. Semmai il concorrente più pericoloso è dietro l'angolo". Prego? "In Tunisia. Lì i francesi, per delocalizzare e risparmiare sulla manodopera, hanno impiantato sterminati vigneti di Merlot. Ma questo è un vitigno internazionale, mentre la nostra forza sono il Nero d'Avola in purezza, il Catarratto. Ci provino pure gli altri a produrli i nostri vini. Non avranno mai lo stesso odore". Antonio Casa
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