Erano specie di caverne, senza intonaco e con pavimenti
di roccia. Le grotte erano umide, fredde, annerite dal
fumo della "tannura", specie di cucina fatta da due
pietre parallele con due ferri messi trasversalmente. C'era
anche il forno di pietra, costruito dentro la grotta o
vicino ad essa. In alcuni casi vi erano delle gallerie
che penetravano nella montagna, attraversandola per
decine di metri, dove era facile trovare stalattiti o
stalagmiti di pietra. Quando la grotta non bastava più
per accogliere la famiglia che diventava numerosa, si
scavava la parete per ricavare spazi nuovi dove
sistemare i figli. Alcune entrate nelle grotte erano
scavate direttamente nella roccia; altre, la maggioranza,
avevano dei muri a secco davanti alle caverne; donde il
nome di "cavernicoli" agli abitanti di Chiafura, che
erano circa sei mila all'inizio del secolo. Per arrivare
alle grotte bisognava percorrere dei sentieri con
scalinate, fiancheggiati da muri a secco. Le famose
lenze si trovavano nella fiancata della cava di San
Bartolomeo che guarda verso la collina della Croce.
Erano dei sentieri lungo i quali si poteva accedere alle
varie grotte alcune delle quali si affacciavano in un
recinto di pietra, dove si trovavano fichi d'india ed
alberi di fico, agavi e capperi disseminati nelle rocce.
Sopra la porta di accesso alle grotte si trovavano dei
raccoglitori d'acqua. Questa struttura si trovava nelle
lenze più basse, vicino alla cava. Chiafura era abitata
da gente povera, che diventava più povera verso le lenze
più in alto. Nella sesta ed ultima lenza abitavano i
pecorai ed i vaccai. All'interno erano state costruite
le mangiatoie per le vacche e gli ovili per le pecore,
assieme agli spazi destinati all'intera famiglia. Lì si
respirava un'aria fetida, umida e fredda, che minava la
salute dei residenti. In media la superficie delle
grotte era dai 30 ai 70mq. Comprendeva un letto alto per
i genitori ed uno per i figli, un tavolino per mangiare,
qualche sedia, un baule di legno per custodire la "ROBBA",
una piccola cucina sotto una piccola finestra che guarda
fuori nella cava o in piazza Italia per le grotte che si
trovano sotto S. MATTEO o prima dell'inizio delle varie
lenze. Fra due pareti si trovava la "naca" una specie di
culla sopra il letto dei genitori, i quali, tirando una
cordicella cullavano i piccoli per farli addormentare. A
volte la madre cullava il bambino attaccandosi alla
caviglia la cordicella della "naca" ed intando lavorava.
Per sistemare il vestiario si utilizzavano delle canne
appese al tetto. Quando si andava a letto la sera
bisognava salire sulla sedia, data l'altezza del letto.
I letti non avevano sponde, per cui i cuscini poggiavano
direttamente sulla parete umida e fredda della roccia,
con le conseguenze immaginabili. La sera si mangiava
attorno al tavolino al lume di candela e la mattina ci
si trovava con la faccia scura annerita dal fumo delle
candele. Sotto la chiesa di SAN MATTEO c'erano grotte
con le pareti intonacate e colorate di azzurro chiaro.
Nelle grotte non c'era l'acqua, che veniva raccolta "jusu",
cioè in basso nella cava di SAN BARTOLOMEO, dove c'era
una sorgente naturale. Le donne mettevano sulla testa
uno straccio attorcigliato, "u trizzuni", per meglio
ammortizzare il peso delle brocche d'acqua sulla testa
portate in perfetto equilibrio. A volte salivano su per
i pendii con altre due brocche appese alle mani. Quando
pioveva si mettevano fuori dei recipienti per
raccogliere l'acqua piovana. La pioggia lavava le rocce
ed i sentieri, coperti di polvere e di pietrisco,
diventavano fangosi, erano i luoghi dei giochi dei
bambini, i quali erano scalzi, malvestiti e denutriti.
l'alimentazione era scarsa e molto povera: si
consumavano prevalentemente legumi, pane, pasta, poca
verdura, latte, uova e formaggio per chi aveva i soldi;
la carne solo durante le feste di Natale e Pasqua. A
Chiafura si usava il siero della ricotta per fare la
zuppa la mattina. Le condizioni igieniche e sanitarie
molto deficitarie predisponevano ad alcune malattie
mortali: la malaria, il tifo, la tubercolosi. Chi
superava queste malattie aveva sempre da lottare per
sopravvivere. I medici, che curavano i malati di
Chiafura, erano i dott. Rosa, Emmolo, Pacetto, Giavatto.
Chi non aveva la mutua, aveva la tessera di povertà,
concessa dal comune di Scicli, durante l'amministrazione
socialcomunista, che affontò con decisione il problema
degli "aggrottati". Difatti dopo la visita dell'on.
Paietta nel 1955, per iniziativa del Movimento Culturale
Vitaliano Brancati di Scicli nel 1959 furono invitati
Guttuso, LEVI PASOLINI, TROMBATORI, PAOLO ALATRI, LA
MACCIOCCHI, per far visitare loro le grotte di Chiafura,
che a detta degli studiosi avevano una importanza
superiore alle grotte di Matera. D'estate i bambini del
ghetto andavano al mare seminudi e scalzi; giocavano
lungo i sentieri e le famose lenze arrampicandosi su per
le scarpate. Si giocava con il cerchio di una ruota di
bicicletta, chiamato "u tullanè" o con "lu truppiettu"
fatto di legno ed una punta di ferro, che facevano
girare a terra con una cordicella che lo avvolgeva;
altri giochi erano: la corsa, il gioco della barca, la
lotta libera, la difesa del territorio, il tiro alla
fune, il lancio delle pietre, braccio di ferro. Avolte
si organizzavano le bande delle due cave: San Bartolomeo
e Santa Maria La Nova per avere la supremazia del
territorio. Le scarpe (chi l'aveva) erano vecchie e
rattoppate, venivano pulite con il fumo della cucina
attaccato alle pareti delle grotte, che venivano a volte
coperte con l'immagine della Madonna delle Milizie o con
foto di attori famosi. Inoltre sulla parete spiccavano
le pentole, le padelle, e gli altri accessori della
cucina. La mattina presto la processione delle donne che
portavano al fianco, sotto la veste, "u catusu", una
speciedi recipiende di argilla, che raccoglieva le feci
della notte, per andarlo a svuotare nell'unico cesso
pubblico che si trovava giù nella cava. Per pulire il
vestiaro sporco e le lenzuola le donne con la vasca di
lamiera sulla testa, scendevano verso il lavatoio
pubblico che si trovava lungo il fiume che usciva sotto
piazza Italia. Quì c'erano delle grosse pietre immerse
nell'acqua, dove veniva lavato il bucato, che poi veniva
portato sulla testa su fino alle grotte, dove veniva
steso ad asciugare sulle rocce o su una corda sorretta
da una canna. Le donne inoltre accudivano alla pulizia
delle grotte, i contadini si alzavano presto per andare
a lavorare. Altri partivano per la "quindicina": erano i
"mazzittieri", che andavano a lavorare lungo le strade
della provincia per fare il braccialino, che veniva
disteso sulle strade polverose. D'estate dormivano sotto
gli alberi e d'inverno dentro le mangiatoie. Ritornavano
a piedi con sulle spalle sacchi di farina o di frumento,
che era il pagamento in natura. Mangiavano pane ed olive
o fave crude o cotte, senza olio. Alcuni lavoravano la
pietra per fare i muri a secco. Altri facevano i cuochi
presso le famiglie ricche di Scicli. Altre donne
andavano a servizio per pulire le scale ed altri lavori
domestici. La sera si riunivano fuori, tempo permettendo,
negli spazi adiacenti alle grotte, dove gli anziani
raccontavano gli aneddoti, "u cuntu" per i più piccoli,
nonchè i sacrifici che avevano fatto per sopravvivere;
ognuno parlava dei suoi problemi familiari come se fosse
dentro una comunità terapeutica. D'inverno si andava a
dormire molto presto e la mattina ci si svegliava al
suono delle campane della chiesa di S. Bartolomeo. Gli
anziani pregavano tutte le sere prima di addormentarsi.
In autunno si andava nelle campagne a raccogliere "a
pampinata" che serviva per ardere il forno. (erano le
foglie secche dell'albero di carrubo). Altri
raccoglievano "i scorpa re favi" o delle vacche le feci
secche per scaldare l'acqua o per il forno. All'età di
sei anni non tutti i bambini andavano a scuola. Il
livello di istruzione era molto basso. I ricchi, i
baroni, i cavalieri tenevano in mano il potere politico
ed economico. La popolazione del ghetto di Chiafura
viveva nella schiavitù e nel disprezzo. Per decenni ha
visto cambiare i padroni senza veder cambiare la loro
vita. A Chiafura era morta anche la speranza di una vita
migliore. Ma nel 1947, quando il P.C.I. aprì la sezione
in piazza Italia, gli abitanti di Chiafura scesero in
massa in piazza Italia, con le sedie per ascoltare tutti
i sabati il giornale parlato e recitato dai compagni
Vincenzo Portelli e Carmelina Trovato. Era l'ora del
riscatto sociale, per una vita migliore, libera e
dignitosa, contro lo strapotere dei ricchi, che venivano
messi alla berlina senza più "u sabbenarica". Il popolo
di Chiafura finalmente camminava a testa alta, avendo
conquistato la propia dignità di essere umano. Pier
Paolo Pasolini, visitando le grotte di Chiafura, scrisse:"Chiafura
era una specie di montagna del Purgatoio, con i gironi
uno sull'altro, forati dai buchi delle porte saracene,
dove la gente ha messo un letto, delle immagine sacre
dei cartelloni di film alle pareti e lì vive ammassata,
qualche volta con il mulo. Si tratta di un rustico
agglomerato troglodito, composto da "cento bocche" che
si aprono nel lato sinistro del colle di S. MATTEO. Le
grotte furono abitate fino agli anni 50 e per tale
motivo furono oggetto di denunzie e di lotte sociali a
livello nazionale. L'insieme delle grotte ha una visione
veramente suggestiva, ma sono anche una testimonianza
del sottosviluppo e dell'emarginazione del Meridione. "
DOTT. MORMINA GAETANO
Articolo pubblicato nel giornale di Scicli il 15-11-1998