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LA PIETRA MOLINARA DI SAN BIAGIO IN SCICLI

Una macina nella memoria

Il ritratto su tela del pittore Ugo Caruso

Il dott. Gaetano Mormina ha rifatto una macina per mulino sull'onda dei ricordi e in base all'esperienza della sua giovinezza.
In questo scritto ricostruisce i momenti salienti di un autentico mestiere.
Ne viene fuori una piccola epopea...
Intanto, la sua macina è quasi una grande scultura.


Era l'estate del 1993. Un mio amico pittore, Ugo Caruso, mi propose un ritratto su tela. Così tre volte alla settimana, andavo a Posare al Pisciotto, dove il mio amico trascorreva le vacanze estive. Io stavo seduto sulla sedia, dentro il recinto di pietra, immobile e curioso di vedere apparire il mio Volto sulla tela, e Così dopo alcune settimane incominciò a delinearsi la mia immagine seduta con la mano destra appoggiata sul ginocchio destro, sotto una ruota di pietra che rappresentava una macina di mulino ad acqua. La mano era possente e muscoIosa, Io sguardo rivolto all'orizzonte. Nell'agosto di quella stessa estate, trovandosi in vacanza a Donnalucata, mio zio Zuddu, di anni 90, mi invitò una sera a cena. Durante la serata, dopo un'attenta riflessione, mio zio mi dice: "Lo sai che tu sei l'unico Maestro vivente di macine di mulino ad acqua?". Quella sua riflessione assieme al quadro di Ugo Caruso, mi fecero rivivere un periodo della mia infanzia che credevo cancellato dalla memoria e cioè quando verso la fine degli anni '40, mio padre mi conduceva a lavorare nella contrada di San Brasi, dove si costruivano le macine di mulino.

Nella frase di mio zio c'era anche una sfida al recupero di mestiere perduto, che assommava il lavoro del pirriaturi e quello dello scalpellino: Verso la metà di settembre, decisi di accettare la sfida. Quale migliore occasione per festeggiare i miei 60 anni compiuti il primo agosto? Telefonai ad un mio amico "Ricciolino", per dirgli ciò che avevo in mente e così un giorno andammo in contrada San Brasi per scegliere la pietra mulinara Con una gru la caricammo su un camion attrezzato: mi portai a casa circa 10 tonnellate di pietra. Ogni pietra pesava 2000 chili circa. Mi feci costruire una capanna di legno e mi fornii di tutti gli attrezzi necessari per il lavoro. Alcuni erano ancora d conservati, come il martieddu a testa, i cugni, la buggiarda, tutti ricordi di mio padre; però mancavano molti altri attrezzi, per cui comprai la mazza, il piccone, gli scalpelIi, la subbia, la squadra, il livello, mi mancava solo il palo di ferro. Parlai allora ad un amico di mio padre, che faceva il carrettiere, "Catariniello", il quale mi fornì un fusu ri carrettu che utilizzai come palo. Dal fabbro mi feci costruire anche altri cugni, la scapizzina e le lame per i cugni. Quando fui libero dai miei impegni professionali quale medico di famiglia, rimasi alcuni minuti ad osservare le forme primitive della pietra, poi la sondai a colpi di mazza per verificare la sua compattezza e feci altri calcoli (mentalmente) circa il numero di pietre che potevo ricavarne. Era una pietra dura, ricca di piccole conchiglie fossili, tagliente e lucente, la chiamavano pietra mulinara, e si trova solo nella contrada di San Brasi, dentro le famose chiuse di muri a secco. In questa contrada si costruivano le macine di mulino per tutta la Provincia. Tale mestiere veniva tramandato di generazione in generazione; mio nonno e mio padre, assieme a suo zio "zu 'Ntuninu", furono gli ultimi eredi. Le ultime macine furono costruite fino agli anni del dopoguerra, allorché subentrarono i mulini elettrici. Un giorno nel mio studio venne a trovarmi un rappresentan­te di medicine, il quale mi raccontò che quando si era laureato in geologia all' Università di Catania, il professore gli propose di fare la tesi sulla pietra di San Brasi. Ciò a testimonianza del fatto che in quella contrada si trovava una pietra tra le più antiche del ragusano, che aveva tutte le caratteristiche utili per una macina di mulino. Le chiuse di San Brasi erano recintate da muri a secco, all'interno delle quali bisognava cercare questa pietra che a volte aveva dimensioni di quattro metri quadri per uno o due di profondità. Si procedeva prima allo scausu: con piccone e pala si toglieva la terra attorno per scoprire l'altezza; dopodiché si faceva un buco in centro perforando per circa un metro, un metro e mezzo, con un palo di ferro e la mazza, si riempiva quindi di dinamite e si faceva esplodere attraverso una miccia accesa a distanza di sicurezza. Ricordo la tecnica: era la prima volta che partecipavo a formare la coppia che perforava la roccia. Avevo circa 14 anni, stavo seduto sulla pietra a gambe divaricate e tenevo in mano il palo di ferro. Mio padre in piedi batteva con la mazza sul palo, che dovevo girare ad ogni battuta. Cosi lentamente il palo entrava nella roccia. Ricordo il momento del cambio: mio padre prendeva il mio posto, mentre io mi apprestavo a colpire il palo di ferro con la mazza e avendo il timore di colpire in testa mio padre, tanto era vicino il palo, rallentavo allora il colpo della mazza, che pesava dieci chili. Man mano che il palo entrava nelle viscere della pietra, si buttava dell'acqua nel buco e con un piccolo secchiello, legato ad un filo di ferro, si tirava fuori la polvere mista all'acqua. Arrivati alla profondità stabilita, si puliva bene il buco, lo si riempiva con la dinamite, quando la miccia consumandosi arrivava alla dinamite, la pietra esplodeva. Ci si metteva le mani sulle orecchie, tanto era forte 'u mascu, mentre la pietra si spaccava in tre o quattro pezzi e come lapilli le schegge di pietra salivano al cielo. Passata la tempesta, si ritornava sul posto e con il palo di ferro si cercava di aprire le fessure prodotte. Dopo aver osservato bene le dimensioni spaziali, la pietra veniva ulteriormente aperta con la cugnera. Fin qua i ricordi. Adesso io mi trovo davanti alla pietra che ho scelto a San Brasi e devo aprirla con la cugnera. Prima ne osservo attentamente la forma, le dimensioni, la compattezza, prevedendo quante pietre più piccole posso ricavane, quindi segno una linea retta con la subbia, dividendola in due parti quasi uguali. Qui comincia la vera sfida! Nella mia memoria esiste ancora traccia del movimento coordinato tra le due mani, necessario per lavoffire la pietra mulinara. Come evitare che la mano armata di mazzuolo colpisca l'altra mano anziché la subbia? Ciò mi è successo a San Brasi diverse volte all'inizio del mio impegno professionale. Memore di ciò, mi accingo a prendere con la mano destra 'u mazzuolu e con la mano sinistra la subbia e comincio a coordinare lentamente il movimento delle due mani, attivando nel mio cervello la via motrice volontaria e cortico-spinale, facendo la massima attenzione e senza alcuna distrazione, per passare poi al movimento automatico attraverso il circuito sottocorticale. La subbia scolpisce la linea retta tracciata sulla pietra sotto i colpi del mazzuolu, poi alla distanza di circa cinque centimetri lateralmente alla prima linea, vengono scolpite altre due linee per poi continuare a scendere obliquamente verso il centro della prima linea, fino a creare un'insenatura ad angolo molto acuto (la cosiddetta "cugnera"), dove inserisco le lame con i cugni. Prese due lame le sistemo dentro la cugnera, fra le lame inserisco il cugno di ferro e a colpi di mazzuolu colpisco la testa del cugno, che acquista delle tonalità che fanno capire che il cugno è pronto per ricevere il colpo della mazza. Difatti dopo aver sistemato sei o sette cugni nella cugnera, la mazza batte in progressione e sempre più forte sulla testa dei cugni, i quali devono entrare tutti con la stessa tonalità. Dopo una breve pausa si percepisce lo scricchiolio della pietra che si sta rompendo. A questo punto basta dare alcuni colpi di mazza energicamente per vedere la pietra spaccata in due. Si osserva bene la faccia interna per vedere se esistono buchi di terra, con il palo si allarga la fessura, fino a portare una delle due facce sul piano orizzontale; dopo un attento studio si stabilisce se dividerla in due con un'altra cugnera oppure se le dimensioni sono sufficienti la si lascia così e con la mazza si toglie la parte di pietra contenente buchi di terra. A questo punto inizia la cosiddetta . ammulittatura a cui segue la rifinitura. Bisogna sapere che a mio padre arrivavano commesse da tutta la provincia con la descrizione delle misure della macina richiesta. Ricordo che mio zio diceva che arrivavano richieste perfino dalla Libia. Ci venivano date le misure relative alla circonferenza e Il altezza della macina; da queste misure si calcolava la lunghezza della pietra ed il diametro del collo centrale. Una volta completate le dodici pietre ed il collo, si informava tramite cartolina o lettera, il molinaro che aveva fatto la commessa, il quale arrivava a San Brasi con un carretto dove venivano caricati i pezzi della macina da montare. Io e mio padre montavamo sul carretto le pietre e si partiva, a volte anche di notte, per raggiungere il mulino nelle prime ore del giorno. Si scaricavano le pietre e si portavano dentro il mulino, dove si procedeva alla messa in opera della macina. AI centro si sistemava il collo con la faccia principale in basso, poi si affiancavano le dodici pietre una dopo l'altra, fino a formare una ruota. Si passava quindi alla fase del cerchiaggio: erano due cerchi di carretto siciliano già predisposti, che venivano sistemati lungo la circonferenza, uno in basso verso la faccia macinante e l'altro più in alto. Questi cerchi servivano per meglio ricompattare le pietre che si stringevano verso il centro. Da qui iniziava la fase dell 'ingessatura. Mentre io impastavo il gesso, mio padre procedeva alla cosiddetta culatura, facendo entrare il gesso semiliquido dentro le fessure che formavano le pietre. Dopodiché si copriva con gesso più denso tutta la superficie esterna della macina, salvaguardando i due cerchi di ferro. Si .modellava con la manicola la mola per poi lasciarla ad asciugare. Lo stesso identico procedimento, adesso seguo per montare la più grossa macina di mulino mai costruita. Con la gru l'abbiamo sollevata da terra e poggiata su dei macigni, con la faccia macinante rivolta verso il mare in contrada Trippatore. Si monta la macina sottana in cui con la stessa tecnica le pietre ed il collo si sistemano a ruota e poggianti sulla faccia rustica, in modo tale che la faccia macinante sia rivolta verso l'alto. Su di essa si sistema la macina soprana già predisposta, si sistemano i collegamenti di sostegno e di comunicazione con la ruota di legno o di ferro sottostante nell'acqua, che scendendo a grande velocità dall'altezza di tre o quattro metri, va a sbattere sulla ruota di legno che collegata alla soprana trasmette ad essa il movimento rotatorio. Mentre ruota la soprana sulla sottana si fa scendere dalla tremoia dentro il collo della soprana il frumento che stratificandosi fra le due macine viene trasformato in farina che esce attraverso un canaletto predisposto davanti alla sottana, a cui è collegato un sacco che la raccoglie. Dopo aver messo in funzione la macina si festeggiava mangiando e bevendo e cantando. Avvenuto il pagamento, di solito in natura, cioè con frumento, venivamo accompagnati a Scicli. In autunno bisognava lasciare le chiuse per lavorare lungo le strade adiacenti, le trazzere. Era un patto stipulato con i proprietari del terreno, i quali dovendo seminare, chiedevano che si pulisse il terreno dove noi avevamo estratto la pietra. Questa veniva ammulittata e portata sulla strada con l'ausilio di un attrezzo chiamato juvu, costituito da un palo di legno con catena al centro cui veniva agganciata la pietra; alle estremità del palo caricavano due persone. Tutta la pietra che proveniva dallo scarto, cioè quello che rimaneva della pietra dopo lo sgrossamento, veniva sistemata accuratamente dentro un recinto di pietre chiamato pitraru. La rifinitura avveniva lungo la strada adiacente alla chiusa. Durante, il caldo estivo si lavorava a dorso nudo, si mangiava all'ombra degli alberi di carrubo, dove si faceva la siesta avendo per cuscino una pietra. Durante la guerra costruivamo delle piccole macine familiari, che servivano per macinare il grano duro in casa. Ma l'uso di questi era clandestino. Il macinato veniva cotto come la polenta ed era chiamato caturru. Questo era il pasto principale per la povera gente e per chi non aveva la possibilità di portare il frumento al mulino. Il caturru era un alimento completo, ricco di fibre e di tutti gli ingredienti biochimici comprendenti zuccheri, grassi, proteine, sali minerali ed umidità nelle giuste proporzioni naturali. Veniva condito solitamente con salsa di pomodoro, legumi, formaggio e olio, ricotta, verdure. A volte veniva raffreddato per mangiarlo a fette come il pane oppure fritto in padella. Se invece veniva macinato più fine, si otteneva una buona farina per fare il pane o la pasta. Questo alimento era un'ottima prevenzione contro tutti i problemi digestivi, migliorava la canalizzazione del colon.
(Giornale di Scicli)

il video di lavorazione della pietra molinara di San Biagio a Scicli

 

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