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PIERO
GUCCIONE
Nasce
a Scicli (Ragusa) nel 1935 dove vive e lavora.
(...)
Il pittore è solo. Non ha scuole a cui pensare, cui riferirsi. Non
ha compagni di strada. La pittura adesso è questa: la tenerezza e
la malinconia di uno sguardo che si sa allagato e sprofondato,
tenuto anche dritto, teso sulla superficie del mare. Guccione è il
pittore di un pudore manifestato fino all’estremo limite, di
un’osservanza del confine, del bordo. Lavoro appassionato, frutto
di devozione e disciplina, che ha sempre teso all’incontro con la
verità, alla sua sperata riproduzione in immagine: «Verità.
Parola difficile da pronunciare; certamente sospetta e quindi
costantemente rimossa non solo nel mondo dell’arte. L’invenzione
della verità, ha scritto Enzo Siciliano: su questo goethiano,
lampante connubio si può bruciare una vita intera! Quale verità e
come inventarla: ecco il problema di sempre.»
E da un primo tempo di solitudine, forse più legata alla
riproduzione delle cose, alla loro vivente potenza però di ricordo
più che ti descrizione, sono usciti quadri che hanno mostrato come
il ritorno di Guccione da Roma alla Sicilia sia stato il frutto ti
una necessità interiore. È una stagione che si chiude all’inizio
degli armi Ottanta, e che aveva preso l’avvio circa quindici anni
prima, quando comparvero quadri come immagini devozionali, sabbia
dorata intravista dalle persiane semichiuse di una casa davanti al
mare. L’ultimo mare, dipinto tra il 1981 e il 1983, ed esposto poi
con grande successo alla Biennale del 1988, è un punto di arrivo, e
di transito, non prescindibile. Vi si racconta, senza racconto ma
con la sola forza della poesia, la concentrazione assoluta
sull’azzurro, sulla luce che tutto quell’azzurro nutre.

Marco
Goldin
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Tutto
quello che lo circonda a Roma lo interessa poco, la contestazione
studentesca con i giovani vestiti con giacconi di pelle di Valle Giulia
a Roma, di Milano o di Torino lo vedono spettatore disincantato. La
verità esistenziale abita altri luoghi, la conoscenza e la bellezza
s'incontrano per altri sentieri. Il nodo contraddittorio della
contemporaneità è avvertito nella preoccupante frattura tra uomo e
natura, nella velocità, attributo apparente del progresso, della
"crescita", fattore quest'ultimo preminente degli obiettivi
politici dell'Occidente. Per Guccione è l'inizio di un ritorno nel suo
Sud, per riconquistare e chiarire emozioni dell'infanzia, verificarle
con gli strumenti del mestiere di pittore. Spesso oggi ricorda quando
bambino scopre il mare di Donnalucata, non appena, uscendo dalla vallata
di Scicli, si parava davanti l'azzurro oltre Donnalucata, un'epifania di
luce e d'infinito. Gli anni '70 saranno gli anni di Punta Corvo, con lo
sguardo rivolto verso la baia di Sampieri tra pali e fili di luce
elettrica, con l'orizzonte segnato dalle sagome delle petroliere e il
rudere della fornace, una reinvenzione naturale e pittorica dell'Estaque
di Cezanne, con un'attenzione parallela a Munch, per vedere le cui opere
fa un viaggio ad Oslo. Cezanne-Munch due poli dialettici della funzione
dell'arte tra oggettività e soggettività, due poli se possibile da
saldare insieme, un traguardo perseguito per molti decenni negli
interni-esterni della sua casa di Cava d'Aliga, con lo sguardo rivolto
agli alberi piantati dentro il giardino, all'azzurro oltre il muro di
cinta. Il procedere verso i grandi e illimitati spazi del mare e del
cielo è lento. Era partito dal groviglio inconscio; era passato ai muri
fioriti dei giardini, ai riflessi sulle lamiere delle automobili, ora
guarda oltre il muro, alla conquista dell'azzurro del mare. Si fa
strada, sempre di più, l'idea della funzione della pittura come sintesi
di verità e bellezza, affidando al pastello un ruolo più soggettivo,
un linguaggio d'intervento e di comunicazione immediata che attraversa
emozioni variegate, dalla gioia alla malinconia davanti ad un ibiscus,o
davanti ad un'opera d'arte. Il primo incontro è con Friedrich,
un'emozione provata nel 1976 e che prenderà corpo con una serie di
pastelli tra l''83 e l' '84. L'ibiscus sarà occasione di un ciclo in
cui la vita e la morte, la seduzione e il disfacimento sono resi nel
rapido consumarsi della sua esistenza dalla mattina alla sera. Negli
anni '80 gli oli cominciano a diventare merce rara, mentre
s'infittiscono la serie dei pastelli nei due cicli dedicati al carrubo,
a Friedrich, alla Malinconia delle pietre, alla interpretazione delle
poesie di Giorgio Soavi, di Senso di Camillo Boito, ai d'apres. A
proposito di questi ultimi scriverà Calvesi: "Nell'accogliere
presso di sé una voce del passato remoto o prossimo, Guccione sa
mirabilmente intenderne gli accenti, ma sa anche confrontarli, ed
assimilarli, alle corde della propria poetica, in un'interpretazione
tanto personale quanto fedele ad una verità; giacchè (tanto sembra
potervi cogliere) ogni autentica poetica, in quanto piena e vissuta
esperienza dell'umano, potenzialmente contiene, e può quindi ravvisare
in sé, l'essenza di ogni altra autentica poetica".
In pittura sarà un continuo ritorno a quel territorio che dalla
spiaggia passa al mare e al cielo, "una ricerca pittorica piuttosto
semplice che Piero aveva trasformato nella più difficile delle imprese,
perchè voleva mantenere la materia del cielo per il cielo e la materia
dell'acqua per l'acqua" (Malatesta), con la dominante mare, il
" il mare padre" nota Jean Clair " Padre Mare: il mare è
principio di paternità, il richiamo del mondo in cui vivono gli dei e
gli eroi, al di là delle paludi dell'infanzia posta sotto il segno
della madre, verso lo sfolgorio solare del padre". Non mancano le
inquietudini sottese tra le increspature delle onde lentamente, anzi lo
strazio (Goldin) lungo gli anni Novanta, con l'immissione della nera
plastica dei sacchi di spazzatura che, nota la Sanvitale,
"s'inseriva nel quadro come una piaga oscena, come un controsenso
orribile della pittura che le stava intorno. Per la prima volta Guccione
mira ad annientare la sua stessa poesia, cioè se stesso, il mondo
costruito sull'enigma della bellezza mescolata all'agonia dei carrubi
feriti, degli insulti alla natura". Questi ultimi anni lasciano il
posto alla serenità, a quell'infinito non immaginato dietro la siepe
leopardiana, ma affrontato direttamente, con sola protagonista la luna.
E' un procedere verso la scarnificazione, verso quello che è essenziale
e assoluto. Lo individua molto bene Enzo Siciliano nel presentare questa
mostra: " Ciò che gli sta a cuore è il processo di una solitaria
spoliazione dell'immagine che avviene all'interno del suo sguardo. In
alcuni momenti sembra che per lui resti del mondo soltanto la luce, il
barbaglio immacolato dell'azzurro dove cielo e mare vanno in fusione, o
solo l'ombra, il brivido opaco che stampa a terra come un lutto il
passaggio di una nuvola".
Paolo Nifosì |
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