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Panarea, un'isola per tutte le stagioni

L'antica Eunymos, che significa "a sinistra" per i marinai che da Lipari navigavano verso la Sicilia, divenuta poi Panarion è la più piccola delle Eolie - Le alte scogliere che circondavano l'insenatura non consentivano ai naviganti di vedere l'interno della baia da qui il pirata Drauth attaccava le navi

di Dario Raffaele

Panarea è conosciuta e raccontata in tutto il mondo per la stagione estiva, per la sua vita mondana, fatta di serate con gli amici sotto un cielo stellato a lume di candela o della lampada a petrolio.

Ma un anno è composto da dodici mesi e poco o nulla sa il turista estivo della Panarea dei mesi restanti; della Panarea dei silenzi e del canto degli uccelli; delle lunghe passeggiate sui vecchi sentieri dentro la macchia mediterranea; della meraviglia dei campi estesi di narcisi da dicembre a febbraio e dei campi di margherite gialle in marzo.
Nulla sa dei prati di papavero e del canto del merlo che ti sveglia la mattina presto; del cuculo che ti fa ricordare l'infanzia. Non ha visto il mare in tempesta con il furore del vento, lo strillare dei gabbiani ed il gracchiare dei corvi.

Tutto questo Panarea lo fa vedere e sentire a chi entra in punta di piedi alla ricerca del Paradiso Perduto; non al turista di giornata che riparte la sera, ma a chi ha la pazienza e la capacità di immedesimarsi in questa montagna posata sul mare.
Qual è il tempo migliore? Goethe non ha mai vistato le Eolie ma ha fatto viaggi estesi in Sicilia e la sua raccomandazione del tempo migliore per una visita è sempre ancora la più valida: "In primavera per meravigliarsi, in autunno per godere".

Panarea, l'antica Eunymos (che significa "a sinistra" per i marinai che da Lipari navigavano verso la Sicilia), divenuta poi Panarion (la distrutta) è la più piccola delle Eolie, poco più grande di 3 kmÇ.
I suoi colori sono indubbiamente il bianco della calce dei muri delle case e il turchese dei suoi fondali. Forse anticamente Panarea era una delle più grandi delle Eolie, ma in seguito a cataclismi naturali il vulcano è parzialmente sprofondato, cosicché l'anfiteatro originario interno del cratere è divenuto la costa dove sorgono i tre abitati di Iditella, S. Pietro e Drautto.

Quest'ultima località prende il nome dal pirata saraceno Drauth, il quale era solito ormeggiare le sue navi poco più a Sud, nella vicina Cala Junco, una delle più belle baie del Mediterraneo; si tratta di una sorta di piscina naturale, chiusa da alte pareti di scogli basaltici, dove il mare interpreta tutti i colori di cui è capace, regalandoci tutte le gradazioni cristalline di verde, turchese e blu.

Le alte scogliere che circondavano l'insenatura non consentivano ai naviganti di vedere l'interno della baia e il pirata Drauth poteva pertanto sorprendere improvvisamente le navi di passaggio che dal Nord Italia si dirigevano verso la Sicilia.
Quello che resta della parte sprofondata del vulcano originario di Panarea, è ora costituito da una miriade di scogli ed isolette che le fanno da contorno, quasi un "arcipelago nell'arcipelago" da visitare facendo estrema attenzione agli scogli affioranti. Si comincia da Dattilo, con le sue caverne di zolfo e allume cristallizzato.

Si prosegue con l'isoletta di Basiluzzo, oggi disabitata, con pareti a picco sul mare e quasi inaccessibili, dove si trovano i resti di un'antica villa romana e l'adiacente scoglio di Spinazzola, alto quasi 80 mt., tutto guglie e pareti verticali, tanto da somigliare vagamente al Duomo di Milano, sia pure con un po' di fantasia; qui si trova una colonia endemica di palme nane, unica in tutta Europa.

Più a Sud si incontrano gli scogli di Lisca Nera, Bottaro e Lisca Bianca: quest'ultimo, candido per le colate di pomice, ha al suo interno la piccola Grotta degli Innamorati, dove la leggenda vuole che chi si bacia resterà unito per sempre. A venti metri di profondità, nel tratto di mare compreso tra i tre scogli, l'acqua ribolle di centinaia di colonne di bollicine: ci si trova infatti al centro del vulcano originario, evidentemente non ancora del tutto spento.
Un'altra manifestazione endogena è riscontrabile sulla costa Nord orientale, in località Calcara, dove sono presenti sorgenti termali e fumarole che emanano anidride carbonica, azoto e ossigeno.

Partendo da San Pietro e dirigendosi verso Sud, dopo aver passato Drauto e la splendida spiaggia di Cala degli Zimmari, si raggiunge a Punta Milazzese il sito del villaggio preistorico. Qui si trovano i resti di 23 capanne, all'interno delle quali sono stati rinvenuti moltissimi reperti tra cui vasellame, pentole di coccio, amuleti, mortai e macine che ora sono esposti nel Museo Eoliano di Lipari.

Panarea non ha ancora terminato il suo processo di sprofondamento: l'isola si immerge per due centimetri ogni anno; c'è ancora tempo, tuttavia, per visitare questo piccolo paradiso senza auto, dove si riscopre il piacere di camminare alla scoperta di minuscoli vicoli fra le case candide di calce e scorci incantevoli su scogli e isolette che ne fanno da cornice.


L'inquadramento geologico e notizie storiche dell'isola
Panarea rappresenta la parte affiorante di ciò che resta di uno dei più grandi ed antichi vulcani dell'arcipelago, attualmente sede solo di fenomeni tardo-vulcanici. Era già attivo circa 600.000 anni fa e le sue più recenti eruzioni sono vecchie di quasi 100.000 anni.
L'edificio è costituito da una struttura tronco-conica, per circa 1.500 m da una base lobata, e che si sviluppa prevalentemente ad Est dell'isola di Panarea.
In quest'area, oltre all'isola di Basiluzzo, un bassofondo tra -5 e -10 m, raccorda secondo una struttura sub-circolare gli scogli di Lisca Nera, Bottaro, Lisca Bianca, Panarelli e Dattilo. Il bassofondo racchiude una vasta depressione, profonda fino a 30 m..
Questa struttura verosimilmente craterica, è sede di un ampio campo fumarolico, ad alta attività, cui si deve una vistosa deposizione di precipitati di zolfo biancastri. Altre notevoli manifestazioni fumaroliche e/o idrotermali sono presenti nei fondali attorno a Basiluzzo, alla Secca dei Pesci e, sull'isola maggiore, alla Calcara. Lo studioso Déodat de Dolomieu descrive queste attività tardo-vulcaniche nel suo famosissimo "Voyage aux îles Lipari" (Viaggio alle isole Lipari), nel 1783.
Esse erano già note e sfruttate per edifici termali, in epoca romana ma, senza dubbio, risalgono a tempi molto più lontani, perché hanno avuto il tempo di alterare profondamente gli scogli che fanno corona al probabile cratere sommerso.

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