di Dario Raffaele
GIARRATANA
(RG) – Chi desidera
uscire per un week
end dal caos della
città e rifugiarsi
in un'oasi di pace e
di verde dovrebbe
recarsi a Giarratana
per passeggiare tra
i vicoli e le
stradine di quello
che può essere
definito a ragione
un museo a cielo
aperto. Qui è
possibile respirare
gli aromi e l'aria
pura, godendo della
vista di colline
verdeggianti.
Giarratana, piccolo
centro montano della
provincia di Ragusa,
sorge su una collina
dei monti Iblei a
584 metri sul
livello del mare e
ha origini molto
antiche. Sembra
infatti, sia stata
fondata nel 644 a.C.
sul monte Casale
come avamposto
militare della città
di Siracusa che,
essendo già una
delle città più
potenti della Magna
Grecia, voleva
continuare ad
espandersi
nell'isola.
Il
museo a cielo aperto
è nato il 14 agosto
del 1997, con lo
scopo di recuperare
la storia, le
tradizioni, gli usi
e i costumi del
XVIII e XIX secolo.
Lungo la via Galilei
e la via Mentana,
attraverso le
scalinate più
caratteristiche del
paese, fatte di
pietre bianche sono
stati ricreati
magistralmente 14
ambienti dedicati
alla civiltà
contadina e
artigiana dove ogni
cosa ha un sapore
antico. L'itinerario
che viene utilizzato
nel periodo
natalizio per la
realizzazione del
presepe, si snoda
nella parte più
antica e più alta
del paese, "u
Cuozzu" (il
cocuzzolo).
Nelle stradine piene
di verde e di pace
sono stati
ricostruiti ambienti
e mestieri da tempo
dimenticati,
attrezzi strani e
curiosi di un tempo
lontano. Le
abitazioni con tetto
di canne e travi
annerite dalle
cucine a legna sono
state arredate dai
vari attrezzi e
arnesi, originali,
che la civiltà
contadina offriva.
In questo contesto,
è affascinante la
ricostruzione
dell'ambiente
familiare dal letto
matrimoniale
incassato fra tre
pareti dell'alcova e
sul quale veniva
appesa obliquamente,
"a naca a viento",
cioè la culla dove
veniva sistemato il
neonato. Se piangeva
bastava tirare una
cordicella per
dondolarlo e
calmarlo. La
biancheria lavata
era stesa ad
asciugare sul "circu
ra conca" mentre
sulla porta accanto
lavorava "u cuonsa
piatti", che
riparava le
stoviglie rotte, e
più in là la
ricamatrice e ancora
oltre "u scarparu"
con i suoi attrezzi
e la mangiatoia per
l'asinello che
serviva a consegnare
a domicilio le
scarpe riparate e
per fornire un
minimo di
riscaldamento. Della
masseria è
ricostruita la
stanza in cui si
cucinava il pane, il
formaggio e la
ricotta cucinata con
l'attrezzo chiamato
"a caurara".
Qui gli attrezzi
sembrano pronti per
essere utilizzati
ancora una volta: "u
quararuni" per fare
la ricotta, "u
mazziaturi" per i
cereali, gli aratri
e "u carrettu" per
il lavoro dei campi.
Le donne ricamavano
e cucivano i vestiti
dei ricchi "signuri"
e con le loro abili
mani tessevano i
corredi da nozze e i
corredini per i
neonati. Le
ricamatrici nella
sartoria consumavano
gli occhi, piegate
sul tavolo da
lavoro, fra il ferro
da stiro e i telai,
sino a tarda notte
con la sola luce del
lume. Con
l'"urdituri" si
preparava l'ordito,
con l'"animulu" si
dipanavano le
matasse e per gli
altri lavori ci si
aiutava con "a
rucca" (attrezzo per
la filatura manuale
della lana), "u
spulaturi" e "a
piraccia". Qua
inoltre è
ricostruita la
falegnameria, la
bottega del fabbro,
i giocattoli di
bimbo, la mazza del
battitore di lino,
la stanza del
calzolaio, dello
stagnino e dello
scalpellino, il
luogo di lavoro del
cernitore di grano,
del canestriere e
della lavandaia.
Le
maggiori opere
d'arte di Giarratana
sono le sue chiese.
Furono le prime
opere ad essere
ricostruite nel
1696, ancora prima
delle case, sotto la
grande spinta della
fede e un impulso
diretto verso Dio.
Dapprima furono
costruite in legno,
seguendo una scelta
logistica e una
logica antisismica.
Negli interni e
nelle facciate è
profusa la
spiritualità di quel
momento, specchio di
un sentimento di
"richiesta di
perdono a Dio", che,
secondo una lettura
data dallo storico
Lauretta, vedeva nel
Terremoto il
"castigo divino" e
nella Ricostruzione,
il riscatto della
fede e della
speranza. Da queste
premesse si
intuiscono i motivi
del contrasto fra i
tre monumenti della
città, la chiesa di
San Bartolomeo, la
chiesa Matrice e
quella di
Sant'Antonio Abate,
e le piccole case
della città.
La chiesa di San
Bartolomeo apostolo,
del XIII secolo, è
un tipico esempio di
barocco siciliano.
L'interno è diviso
in tre navate e
ospita stucchi ed
affreschi di
pregevole fattura
raffiguranti scene
del Nuovo Testamento
risalenti al 1836.
La Chiesa di
Sant'Antonio Abate
fu ricostruita verso
il 1748 con un bel
gioco di lesene e
semicolonne. Da non
perdere i preziosi
stucchi e le statue
tra le quali quella
della Madonna della
Neve, patrona del
paese. La terza, la
Chiesa Madre, dal
prospetto tozzo, e
dalla facciata
tardo-rinascimentale,
ha mura perimetrali
molto larghe. Tra le
maggiori opere
dell'interno
ricordiamo la pala
dell'Annunziata, del
1790, quella delle
Anime Purganti, la
statua di San
Giuseppe e quella in
legno di San
Bartolomeo,
ritrovata nella
Giarratana antica.
Nella parte alta
della città inoltre,
si possono visitare
i ruderi di un
castello risalente
al 1703. Tra
Giarratana e
Palazzolo Acreide,
sul monte Lauro
possiamo fare sosta
a Casmene, colonia
siracusana fondata
nel 644, poi
decaduta e
abbandonata.
Dalle origini ai
nostri giorni
Giarratana (RG) – Le
origini di
Giarratana sono
antichissime. Il
paese infatti, prima
del terremoto che la
distrusse nel 1693,
sorgeva nel
territorio della
odierna
Terravecchia. Nei
suoi dintorni sono
stati scoperti degli
insediamenti
preistorici, come
quello di Scalona,
risalente al II°
millennio a.C. e
quello di Donna
Scala, di un periodo
piú recente. Le zone
sono state abitate
sin dai tempi più
antichi da diversi
popoli fra cui i
Siculi.
I più importanti
ritrovamenti sono
stati fatti nel sito
archeologico di
Monte Casale, nei
pressi di Monte
Lauro. Gli studiosi
sono divisi
sull'identità del
sito perchè qualcuno
crede che si tratti
di Acrilla, altri di
Herbessus anche se
più probabilmente si
tratta di Kasmenai,
la mitica città
fondata dai
greco-siracusani che
svolgeva un
efficiente ruolo
strategico-militare.
Non si hanno
documenti anteriori
al periodo normanno,
ma solo notizie
della loro
esistenza. Le prime
notizie fanno
supporre che la
città sia
appartenuta, assieme
alla contea di
Ragusa, a Goffredo,
figlio del conte
Ruggero. Nel periodo
svevo Enrico VI, re
di Sicilia, donò la
città nel 1195 a
Rinaldo Acquaviva,
suo familiare.
Durante il regno di
Manfredi ne fu
signore Gualtiero di
Caltagirone.
Successivamente la
contea di Modica
passò a Bernardo
Cabrera, il quale
aggiunse vi incluse
anche Giarratana ed
altre città
limitrofe,
costituendo per la
prima volta l'intero
territorio
dell'attuale
provincia. Ma
Cabrera, dopo un
periodo di
disgrazia, per
pagare i debiti,
dovette vendere
oltre ad altre
città, anche
Giarratana a
Guglielmo e Nicolò
Casasagia. La città
passò in seguito a
Simonetto Settimo
nel 1454. L'antica
Cerretanum con il
terremoto del 1693
ebbe 541 morti e
l'abitato fu
totalmente demolito.
Fu allora deciso di
ricostruire la nuova
Giarratana su un
colle vicino.