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Randazzo,
viaggio nel medioevo siciliano
L'abitato sorge su una forma di basalto più che millenario e si
presume la possibile esistenza del paese già dal periodo della
dominazione bizantina - Quello che colpisce subito l'occhio del
visitatore è la poderosa cinta muraria medievale, che ancora
oggi conserva buona parte del suo circuito
di Dario Raffaele
Grazie
ai numerosi edifici medioevali, Randazzo, può essere definita
il vero trionfo del medioevo siciliano.
L'odierno abitato di Randazzo sorge su un'ampia piattaforma di
basalto più che millenario e un'antica leggenda, in parte
confermata da alcune evidenze archelogiche, presume la possibile
esistenza del paese in questi posti già dal periodo della
dominazione bizantina (VI/IX secolo d.C.). Durante il medioevo,
Randazzo segnò la storia siciliana durante la guerra del
Vespro.
Nel 1282 fu base militare per Pietro I d'Aragona, il quale
proprio da qui principiò la sua battaglia contro gli Angioini
arroccati a Messina. Successivamente a Randazzo vi abitò, come
sua dimora estiva, Federico II d'Aragona. In seguito, comunque,
la città divenne possesso del regio demanio fino al 1345.
Tradizione e storia affermano che il paese sia sorto o sia stato
grandemente ripopolato da tre diverse genti, greci, latini e
lombardi e che questa differenza si sia preservata in tre
separati dialetti, ancora divisi intorno al XVI secolo, in tre
distinti quartieri e nelle tre principali chiese, le quali fino
agli inizi del XX secolo funzionavano ciascuna da Matrice
secondo un turno annuale.
Quello
che colpisce subito l'occhio del visitatore è la poderosa cinta
muraria medievale, che ancora oggi conserva buona parte del suo
circuito e quasi tutte le sue porte urbiche. L'epoca di
edificazione risale tra il XIII e il XIV secolo, forse con un
primo nucleo eretto durante il regno di Federico II di Svevia.
Proprio seguendo un tratto di mura che prende le mosse dalla
"Porta Aragonese" (stemmi di Pietro I d'Aragona) si
giunge ad un imponente edificio sacro, nonché Matrice
"permanente" di Randazzo dal 1916: la chiesa di S.
Maria.
Si tratta di una costruzione poderosa, innalzata agli inizi del
XIII secolo (1217/1239). Il suo prospetto principale è
caratterizzato dalla torre campanaria, singolarmente addossata
nel mezzo della facciata, aperta, in basso, da arcate ogivali,
da monofore accoppiate e da trifore in alto. Purtroppo campanile
e facciata vennero rifatti e reintegrati in stile nel 1852-63.
Grande mole posseggono le tre absidi rivolte ad oriente.
Costruite in grandi conci di basalto perfettamente squadrati,
esse si presentano merlate sulla sommità, ornate da un giro di
archetti, sostenuti da capitelli e colonnine pensili.
Nell'insieme la chiesa di S. Maria rende al visitatore l'aspetto
di un edificio sacro fortificato.
L'interno del sacro corpo di fabbrica cela un dipinto bizantino
o bizantineggiante (la datazione risulta incerta): l'affresco
della Madonna del Pilieri (navata sinistra rispetto
all'ingresso).
Intorno a quest'opera d'arte si tramanda una leggenda, secondo
la quale il dipinto sia stato conservato all'interno di una
grotta, addossato ad un pilastro, per volontà di alcuni
abitanti greci bizantini in fuga dalla conquista araba del
territorio. La leggenda narra che essi, dopo aver acceso un
piccolo lume davanti al dipinto, abbiano ostruito l'ingresso
della grotta, affinché nessuno potesse violare quell'antro
sacro. Solo durante la dominazione normanna, un pastorello
attratto da una fioca luce che traspariva dalla roccia, scoprì
l'affresco della Madonna, ancora rischiarato dal lume acceso
circa tre secoli prima. Allora si narra che subito si sia
proceduto nell'adattare la grotta a chiesa rupestre e
successivamente ad edificare, lì nei pressi, un piccolo
edificio sacro ligneo. Infine si decise di costruire una grande
basilica, quale è il duomo di S. Maria di Randazzo. Nessuna
prova certa rimane per confermare la leggenda: esistono però
due dei principali protagonisti della storia, l'affresco e
l'edificio sacro.
S. Nicolò è la seconda delle tre grandi chiese di Randazzo. Il
nucleo del corpo di fabbrica risale al XIV secolo, sebbene sia
stato rimaneggiato grandemente alla fine del XVI secolo (1583).
L'edificio sacro però conserva la sua origine medievale nel
transetto e nell'abside poligonale, entrambi coronati dal solito
giro di archetti e da merlature, conferendo alla struttura
l'aspetto di una fortezza, come il Duomo di S. Maria.
Fiancheggia
la facciata di S. Nicolò una torre campanaria mozza (del 1789),
perché in parte distrutta dalle bombe americane della II Guerra
Mondiale.
L'ultimo dei tre grandi edifici sacri di Randazzo è la chiesa
di S. Martino. L'edificio venne semidistrutto da un devastante
bombardamento.
Il nucleo del corpo sacro è del XIII – XIV secolo, sebbene
ampiamente rimaneggiato in epoche successive. Le facciata è
seicentesca, per quanto il campanile, che la fiancheggia, sia
uno splendido esempio di architettura trecentesca. Esso si
costituisce di due ordini di monofore accoppiate, a multiple
membrature e bande dicrome di calcare e lava, e di un terzo
ordine formato da trifore mitrate calcaree, in ultimo è
coronato da merli e da una cuspide ottagona.
L'interno della chiesa custodisce alcune opere tardo medievali:
un fonte battesimale, posto a destra dell'ingresso principale,
di foggia ottagonale, ricavato da marmo rosso e sostenuto da
otto colonnine (opera di Angelo Riccio da Messina, 1447);
all'inizio della navata destra vi è un'acquasantiera
tardogotica, sostenuta da una colonna tortile (XIV secolo);
nell'abside minore sinistro trova posto un grande tabernacolo
marmoreo, gotico fiorito e lavorato a traforo, risalente al
secolo XV.
Infine non si può non discutere del castello (XIII – XIV
secolo), esistente di fronte alla chiesa di S. Martino. In realtà
trattasi del mastio, la più grande di sette torri, che si
inframmezzavano lungo l'intera cinta muraria. Esso si compone di
un tozzo torrione quadrilatero merlato, che sorge su di una
massiccia struttura a pianta quadrangolare.
All'interno attualmente trova posto il Museo Vagliasindi, ove si
custodiscono prevalentemente i reperti archeologici dell'ex
collezione privata della nobile famiglia Vagliasindi.
Una città che sorge dai resti dell'antica
"Tissa"
Le origini dell'insediamento sono alquanto controverse.
Probabilmente un abitato di origini ellenistiche doveva
insediare questi luoghi tra il IV e il III secolo a.C.
Presumibilmente, tra l'epoca tardo/romana e quella
alto/medievale, motivi e cause legati a un cataclisma naturale
(terremoto o una colata lavica), costrinsero gli abitanti a
migrare verso occidente, insediando un grande ciglione lavico,
non lontano dalle sorgenti dell'Alcantara.
Le antiche mura e i resti di un bagno che ancora oggi rimangono
a Randazzo, ci attestano che qui c'era un centro di abitazione
sin dal tempo dei Romani di Sicilia; anzi l'Arezzo, Filoteo
degli Omodei, il Riccioli ed altri vogliono che Randazzo fosse
abitata prima delle colonie greche. è opinione del geografo
Filippo Cluverio che l'odierna Randazzo sorgesse nel luogo già
occupato dall'antica "Tissa", che Cicerone nomina
nelle sue orazioni contro Verre, come soggiorno di laboriosi
agricoltori che non poterono opporsi alle vessazioni di quel
rapace pretore inviato dai romani in Sicilia. Lo storico Arezzo
crede invece che Randazzo sia sorta sulle rovine di quella
"Triracium" che fu distrutta dagli arabi nel IX
secolo. Pietro d'Aragona, il quale fu incoronato nel 1282 in
Palermo dopo la celebre rivoluzione dei Vespri Siciliani, andò
a Randazzo per liberare di là Messina assediata dal d'Angiò.
Nel 1305 Federico II d'Aragona scelse Randazzo come sua dimora
estiva, e natogli nel 1332 il figlio Guglielmo, conferì a
questo il titolo di Duca di Randazzo. Alla morte dell'infante
Guglielmo, ebbe il ducato di Randazzo il fratello Giovanni, e
quindi il figlio di quest'ultimo: Federico. Dopo che si spense
l'infante Federico, Randazzo pervenne all'onore di città
Demaniale.
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