Brolo: un borgo marino dai mille
colori
Una terra ricca di attrattive e di tradizioni,
abitata da predoni e pirati, divenuta poi un centro
commerciale e ritrovo per le flotte Aragonesi ed
Angioine - Il paese offre ai turisti non solo le
bellezze naturali ed il borgo medievale che ricorda
la casba tunisina ma anche strutture moderne ed
accoglienti
di Dario Raffaele
BROLO
(ME) – Brolo è una terra ricca di attrattive e
tradizioni. inizialmente fu un borgo marinaro,
abitato da predoni e pirati, e poi sotto il dominio
dei Principi Lancia, fino al 1800 fu ambita sede dei
nobili, meta dei viaggiatori artisti e notabili, che
preferivano passare qui le vacanze, anche per la
vicinanza delle Isole Eolie. Brolo divenne subito un
centro commerciale marinaro dove si ritrovavano le
flotte Aragonesi ed Angioine. Tutti le persone
rimanevano incantati dalla natura del territorio e
dal mare limpido e pescoso, dalla gastronomia e
della gentilezza delle persone del luogo. Già negli
anni 60 fu scoperta dal turismo, ed ancora è rimasta
incontaminata e tranquilla, lontano dalla massa.
Il paese offre ai turisti non soltanto le bellezze
naturali, o il borgo medievale che con i sui disegni
e rilievi architettonici ci ricorda da vicino la
casba tunisina, ma anche delle strutture moderne
quali alberghi e residence situati sia in riva al
mare che in pieno centro storico, locali tipici,
ristoranti, negozi ove poter effettuare shopping ed
inoltre continui collegamenti con le Isole Eolie che
si trovano di fronte creando un scenario da favola.
Il territorio non si ferma solo alla cosidetta
marina, ma si può passeggiare nei boschi di lecci,
nelle pinete o lungo i sentieri di campagna.
Ma procediamo verso l'antico borgo. Un'erta strada,
chiusa da quinte architettoniche di case via via più
antiche, si arrampica verso il vertice di un
roccioso rilievo emergente dall'intenso verde di
agrumeti in un breve pianura alle pendici dei
Nebrodi. Poi una porta ad arco, segnata da blocchi
di fragilissima pietra arenaria riquadrata e
decorata da antiche insegne araldiche e fregi,
immette in un pianoro dove il mito medievale del
paese diventa certezza storica.
Qui nel Borgo, il Medioevo continua nel "quotidiano"
di ogni giorno, fatto di riti e consuetudini che si
portano dietro, quale colonna sonora millenaria,
l'infrangersi del mare sullo scoglio che storie di
un tempo chiamarono "plorau" (del pianto).
All'orizzonte, le isole dell'arcipelago Eoliano che
incantano e rapiscono chi le osserva dai "belvedere"
che si aprono lungo la via Manzoni, mentre ad
oriente si staglia Capo Calavà, contrapposto, ad
ovest a quello di Capo d'Orlando. Al centro di
questo pezzo di Sicilia, Brolo con il suo Castello
dai merli ghibellini con il profilo a code di
rondine che lo coronano, che i geografi arabi già
chiamavano "Marsa Daliah" il "porto delle vite" e
poi, nel 1094 conosciuta come "Voab".
Il
Castello fu voluto dai Lancia di Brolo, venuti dal
Piemonte in Sicilia ai tempi degli Svevi e
discendenti da Galeotto e Cubitosa d'Aquino, nipote
dell'imperatore Federico II e sorella del filosofo
San Tommaso d'Aquino. Da qui la dicitura
sull'arenaria della porta d'ingresso: "Imperium
Rexit Blanca - Hoc e Stipite Manfredus Siculus Regia
Sceptra Tulit". Sulla porta di accesso al Castello
ancora capeggia, a ricordo di Corrado III che nel
1404 veniva dichiarato "maior ac principalior de
domo Lancea", la dicitura, sul marmo bianco scudo
dello scudo "Principalior Omnium". Nel borgo si
rivive ancora la tragica leggenda di 2Maria la
Bella" ed il suo spirito aleggia sulle acque,
apparendo ancora nelle rotte ai pescatori augurando
"junta e vinuta, bona piscata" e se il tempo è
inclemente avverte "Isati li riti! Viniti, turnati!".
Nel borgo il Medioevo continua nella vita di ogni
giorno, nell'allegro vociare dei bimbi, nel severo
discutere dei grandi, nei panni stesi al sole e da
qui si vede la spiaggia, assolata e resa viva dai
villeggianti.
L'attenzione quindi di chi arriva al Castello poi si
posa sui merli ghibellini, che con il loro profilo a
code di rondine coronano l'alto e maestoso torrione.
Basata su forte scarpa da due lati e aperta ad un
terrapieno dagli altri, la torre è affiancata, e
caratterizzata, da un torrino scalare cilindrico che
intersecandosi alle mura consente l'accesso alle
varie elevazioni e al terrazzo, punto di vedetta
privilegiato per la difesa dalle incursioni dei
"mori". All'interno della torre una splendida sala
di rappresentanza si chiude in un'ardita volta che
ostenta lo stemma nobiliare dei Lancia di Brolo.
Tra le mura del Castello non c'è più la chiesetta di
S. Girolamo, ma nel parco fa bella mostra l'elegante
esagona del pozzo che la leggenda vuole collegato
con alcune grotte sottostanti, per assicurare una
sorta di via di fuga, anche se questa è da
ricercarsi tra le "timpe" della "porta fausa".
I muri del castello risentono delle trasformazioni
del tempo ed appaiono come una struttura feudale
costruita nei primi del '400 probabilmente ai tempi
di Pietro o Corrado Lancia, secondo tipologie già
attivate alla fine del '300, ma fortemente
rimaneggiate nel '600 quando l'uso delle armi da
fuoco necessitarono la costruzione anche della
"scarpa fortificata".
Anche se inserita nel sistema delle torri costiere,
la rocca di Brolo sorge soprattutto a controllo e
difesa di un sottostante porto-caricatoio, nodo
portuale dei traffici per l'entroterra o per le
Eolie fino al XVII secolo, insabbiato dalle piene
dei torrenti avvenute nel 1953 e nel 1682. Il centro
storico è tutto da scoprire, e mantiene inalterata
quella tipologia radiocentrica polifocale, il cui
percorso irregolare segnato da grosse stecche
edilizie, denuncia, nei tracciati a fuso, retaggi
medievali.
L'espansione di Brolo avviene gradualmente; nel XVII
secolo nella breve pianura sottostante la rocca si
sviluppa il centro abitato con la Chiesa Madre fatta
costruire da Ignazio Vincenzo Abate, marchese di
Longarino e Signore di Brolo, nel 1764, ed infine
l'edificazione, lungo la strada regia, di alcuni
palazzetti ottocenteschi definiscono il profilo
urbano del paese.
Brolo quindi senza privarsi degli agi della
modernità, mantiene memoria visiva del Medioevo
consentendo al visitatore, in un tutt'uno, di
assaporare la delizia dei luoghi, il gusto della
leggenda, il sapore della storia, dei fasti
nobiliari e della sapienza popolare.
Tra
antiche leggende e storia moderna
BROLO (ME) – I vecchi pescatori di Brolo narrano
ancora la patetica leggenda, che con molta
probabilità sarebbe legata alla famiglia Lancia. Una
principessa bellissima, s'affacciava sovente alle
finestre dell'antico castello circondato dal mare,
sospirando l'arrivo del suo spasimante.
Egli veniva con piccola barca fin sotto le mura che
custodivano il suo biondo tesoro, poi si aggrappava
alle sue lunghe trecce per raggiungere a lei
segretamente. Di ciò si avvide una volta il principe
fratello e, geloso adirato, decise di uccidere chi
gli aveva insidiato la bella Maria.
Così per i due amanti venne l'ultimo incontro
d'amore, una notte buia e senza stelle. Il principe
azzurro ridiscese per l'ultima volta lungo la murata
del castello, calato sul mare dalle trecce bionde di
Maria la bella: il fratello di lei era appoggiato
allo scoglio antistante, che forse per questo è
detto "del pianto", "ploratu"; gli sopravvenne lo
ferì rabbiosamente, lo finì, lo mise in un sacco e,
legato ad un masso lo calò a fondo. Attese a lungo
invano Maria la bella, sospirando e piangendo,
disfacendosi sino a morire. Spirito innamorato,
incercato nelle mura del castello, appare ancora
nella notte ai pescatori: "Juta e vinuta! Bona
piscata!" augura a chi si allontana verso largo; e
se il tempo minaccia, richiama a riva i lavoratori
del mare gestendo ed invocando: "Isati li riti!
Viniti! Turnati!".
Se poi dal leggendario volessimo risalire per i
meandri della storia, ci pare di potere trovare un
riscontro fondato in Maria Lancia, figlia di
Francesco I e di Francesca Settimo, sorella di
Fabrizio. I dati del racconto possono benissimo
riferirsi a tale personaggio del secolo XVII, già
educanda del Monastero della Badia Nuova, e, l'unica
tra le Lancia di tal nome, morta "innube" dopo le
sorelle Laura e Antonia, dalle quali era stata
lasciata erede di ogni spettanza.
La Torre di Brolo fu venduta da Ferdinando Lancia a
Michele Spatafora, marchese di Roccella, recuperata
dopo quasi trent'anni da Fabrizio Lancia Alliata ,
divenne proprietà di Ignazio Francesco Abate,
marchese di Longarini e della Signoria di Brolo.
In seguito fu acquistata dalla famiglia Milio e poi
rivenduta alla famiglia Germanà che ne hanno curato
il restauro delle parti fatiscenti e dei danni
subiti a causa dei bombardamenti durante la seconda
guerra mondiale.