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I pomeriggi musicali da Novembre 2005 Palazzo Busacca ore 19.30

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Le origini del dialetto siciliano

Questa lingua si collocherebbe, stando al Libro Rosso dell'Unesco, nella VI categoria, quella delle lingue "non in pericolo e con una trasmissione sicura alle nuove generazioni". A facilitare il tutto le iniziative nel territorio, tra cui abbonamenti al teatro dialettale gratuiti per le scuole



di Dario Raffaele

Risalire alle origini, ripercorrendo la storia di una lingua, è impresa assai ardua e, il più delle volte, non si riuscirà a uscir fuori dal campo delle ipotesi. Tra le poche cose certe, possiamo dire senz'altro che la lingua siciliana è una lingua che appartiene alla grande famiglia delle lingue indo-europee e che negli ultimi nove secoli, nonostante mai sia divenuta "lingua di stato", è stata usata con estrema continuità dal popolo siciliano.

Nel corso degli anni sono state molteplici le ipotesi che gli studiosi hanno formulato circa l'origine e l'evoluzione della lingua siciliana. Quelle che, per vari motivi, ci sembrano essere degne di attenzione sono le seguenti: Siciliano come lingua pre-esistente al Latino; Siciliano come lingua derivata dal Latino in tempi antichissimi, prossimi alla conquista romana dell'isola; Siciliano come lingua neo-latina o romanza; Siciliano come lingua sorta in seguito a un processo di neo-romanizzazione dopo la cacciata degli arabi. L'opinione corrente è, comunque, più prossima alla terza ipotesi, arricchita da alcuni concetti moderni.
Innanzitutto bisogna aver chiaro il moderno concetto di lingua come qualcosa di non statico; la lingua siciliana, così come la maggior parte delle lingue attualmente parlate, è stata ed è una lingua in continua evoluzione alla quale hanno contribuito (e contribuiranno), in misura più o meno rilevante, una serie di idiomi parlati dalle popolazioni indigene e conquistatrici (in senso lato, quindi anche a livello di influsso culturale esterno, come quello esercitato attualmente nel mondo dalla lingua inglese).

In particolare si ritiene che l'influsso maggiore alla formazione del Siciliano sia arrivato dalla lingua latina nel senso che la stessa sia addirittura da ritenersi come base per il Siciliano stesso in quanto, con processo lento, si impose nell'isola ai precedenti idiomi che, però, contribuirono alla formazione della varietà regionale di Latino Volgare che, con un altrettanto lento processo, avrebbe portato, nell'età medioevale, a un idioma ormai distinto dal Latino, appunto, il Siciliano.

Partendo dai tempi remoti, possiamo dire, attenendoci alle fonti storiche, che i primi idiomi parlati in Sicilia sarebbero stati il Sicano, il Siculo e l'Elimo; furono questi i primi popoli che, all'alba della storia, abitarono l'isola. A quanto pare il Sicano e l'Elimo, di cui si sa ben poco, non erano idiomi indo-europei, anche se la questione a tal proposito è molto controversa. Il Siculo, invece, era una lingua di origine indo-europea, molto imparentato con il latino, come traspare dalla più lunga iscrizione in Siculo, risalente al V sec. a. C., trovata a Centuripe in un askos (vaso schiacciato), oggi conservato al museo archeologico di Karlsruhe (Germania), o dalla famosissima iscrizione incisa su un blocco di arenaria murato sul lato est del vano di ingresso della porta urbica meridionale della città di Mendolito e disposto in due righe ad andamento, anche questo, sinistroso (è l'unica epigrafe sicula di natura pubblica finora conosciuta, il cui testo è ancora di controversa interpretazione e databile alla seconda metà del VI sec. a.C).

Ben presto (1000 a.C. circa) nell'isola (costa occidentale) si parlò anche il Fenicio, lingua semitica, anche se la presenza fenicia in Sicilia ebbe sempre carattere sporadico di insediamento commerciale limitato più che di vera e propria conquista di territori estesi. Comunque, intorno al 400 a.C., l'arrivo nell'isola dei Cartaginesi dovette ridare un certo vigore alle parlate semitiche.
In seguito, a cominciare dall'anno 735 a.C., data di fondazione di Naxos, la prima colonia greca si insediò in Sicilia e si introdusse nell'isola anche la lingua Greca con la venuta di genti dapprima dall'Eubea (Calcidesi, quindi, di stirpe ionica), poi da altre parti della Grecia (soprattutto genti di stirpe dorica) che si stanziarono principalmente sulle zone costiere della parte orientale.
E' questa la situazione linguistica che troveranno i Latini al momento della loro conquista della Sicilia, cominciata nell'anno 264 a.C. e giunta a termine nel 241 a.C..

Per scongiurare l'eventuale crisi d'identità viene in aiuto la mappa dell'Atlante linguistico siciliano. Nell'Isola un primo tentativo di classificazione, con le parlate dell'interno, costiere e sudorientali, risale alla seconda metà dell'Ottocento ad opera di un linguista tedesco, Schneegans. L'ombelico del Mediterraneo si presenta in realtà con delle sfumature linguistiche ancora più variegate. All'interno di una distinzione di base tra dialetti occidentali e centro orientali, è necessario precisare i tre sottogruppi palermitano, trapanese e zona occidentale dell'agrigentino, nella zona a Ovest dell'isola, accanto a quelli messinese orientale, nisseno-ennese, catanese- siracusano e sud-orientale della zona centro orientale. E volendo cercare le tracce dei popoli che hanno dimorato in Sicilia? Ecco le parlate alloglotte, ovvero le minoranze linguistiche che in Sicilia fanno capo al ceppo albanese. Piana degli Albanesi, Contessa Entellina e Santa Cristina Gela, dove si parla oggi siculo albanese e ai dialetti gallo italici di Piazza Armerina, Nicosia, Aidone e Sperlinga nell'ennese, e San Fratello e Novara di Sicilia nel messinese. E bisogna mettere in conto anche i movimenti interni delle popolazioni. Quanti accenti palermitani si ritrovano per le stradine dell'isoletta di fronte Palermo? In realtà, quello di Ustica è un vero dialetto messinese frutto dei movimenti dei liparoti dalla loro isola sovraffollata di abitanti. La conformazione geografica di isola, ha comunque permesso al dialetto siciliano di mantenersi lontano da influenze di confine. Il risultato è una certa omogeneità dei dialetti siciliani, che però si distinguono per alcuni tratti fondamentali. è così possibile rintracciare, nel siciliano, due diverse ondate di influenza latina. Una più arcaica, basata sul sistema fonetico latino, con le vocali finali pronunciate sempre in maniera chiara (non come negli altri dialetti italiani meridionali), ed una più influenzata da correnti bizantine in cui si distinguono tre nuovi caratteri.

Si afferma la metafonia (cambio vocalico), tra Ragusa, Enna e Caltanissetta, per cui le vocali cambiano sotto l'influenza della "u" finale, come in "muortu" diverso dal femminile "morta", e "fierru" al plurale "ferra"; i gruppi consonantici "nd" e "mb" si assimilano in "nn" e "mm", "quannu" per "quando", ma questa innovazione non raggiunge Messina né Catania; e per ultimo, la "d" intervocalica diviene "r", come in "cririri", per "credere", o in "deci" per "dieci", questo elemento si è affermato soprattutto in provincia di Catania.

Anche la dominazione normanna ha lasciato il suo segno, contaminando il siciliano con alcuni elementi gallo-italici. Le tracce di quest'influenza si trovano nelle parole "badagghiari", sbadigliare; "vozzu" per "gozzo"; "dumani" per domani; comuni al siciliano e al toscano e completamente diverse dai corrispettivi calabresi. Ma le compelsse vicende storiche della regione hanno lasciato tracce anche nel lessico siciliano, in cui è possibile trovare anche parole spagnole, come "criata" per serva; parole orientali, come "sceccu" per asino; francesismi, come "custurieri" per sarto, "racina" per uva (fr. raisin).
Una certa importante influenza, anche se mai completamente determinante, sulle prospettive di vita e di sviluppo di una lingua è data dal suo attuale stato di salute.

Nel Libro Rosso dell'Unesco, relativo alle lingue del mondo in pericolo, nella sezione dedicata al continente europeo sono state stilate 6 categorie:
I - Lingue estinte, tranne quelle antiche
II - Lingue quasi estinte con al massimo decine di parlanti, tutti anziani
III - Lingue seriamente in pericolo con un numero ancora discreto di parlanti ma praticamente senza bambini fra loro
IV - Lingue in pericolo con, tra i parlanti, alcuni bambini, almeno in parte della loro gamma, ma con tendenza decrescente
V - Lingue potenzialmente in pericolo con tantissimi parlanti bambini ma senza uno "status" di lingua ufficiale o di prestigio
VI - Lingue non in pericolo con una trasmissione sicura della lingua alle nuove generazioni
La VI e ultima categoria, in un primo momento, non era stata considerata; infatti comprende tutte le lingue "non in pericolo".

Per quanto possa sembrare strano, al Siciliano è toccato il "privilegio" di far parte proprio della VI categoria, in compagnia dell'Italiano, dell'Inglese, del Francese, dello Spagnolo e di tutte le altre lingue "nazionali" e, tra i "dialetti" italiani, del Veneto e dell'Italiano Meridionale. Il Lombardo, il Piemontese, il Ligure, l'Emiliano, il Corso sono classificati, invece, lingue da gruppo V e i dialetti sardi, il Basco e il Gaelico Irlandese (queste ultime due, lingue ufficiali statali) addirittura da gruppo IV.

Un'iniziativa lodevole, grazie alla quale si incoraggia l'uso del dialetto e la sua conservazione, è quella del comune di Aliminusa (Pa). Qui, è infatti stata raggiunta una convenzione con il teatro Zappalà di Palermo, per garantire a studenti di elementari e medie del piccolo centro di assistere a delle rappresentazioni rigorosamente in vernacolo. Un sistema di abbonamenti gratuiti che, per una volta al mese, darà libero accesso alle porte della struttura a partire da novembre fino a maggio del 2006. Un'iniziativa, quella dell'amministrazione comunale, che si riaggancia ad un corso di dialetto che gli studenti del piccolo centro madonita seguono ormai costantemente da anni.


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