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Le
origini del dialetto siciliano
Questa lingua si collocherebbe, stando al Libro Rosso
dell'Unesco, nella VI categoria, quella delle lingue "non
in pericolo e con una trasmissione sicura alle nuove
generazioni". A facilitare il tutto le iniziative nel
territorio, tra cui abbonamenti al teatro dialettale gratuiti
per le scuole
di Dario Raffaele
Risalire alle origini, ripercorrendo la storia di una lingua,
è impresa assai ardua e, il più delle volte, non si riuscirà
a uscir fuori dal campo delle ipotesi. Tra le poche cose certe,
possiamo dire senz'altro che la lingua siciliana è una lingua
che appartiene alla grande famiglia delle lingue indo-europee e
che negli ultimi nove secoli, nonostante mai sia divenuta
"lingua di stato", è stata usata con estrema
continuità dal popolo siciliano.
Nel corso degli anni sono state molteplici le ipotesi che gli
studiosi hanno formulato circa l'origine e l'evoluzione della
lingua siciliana. Quelle che, per vari motivi, ci sembrano
essere degne di attenzione sono le seguenti: Siciliano come
lingua pre-esistente al Latino; Siciliano come lingua derivata
dal Latino in tempi antichissimi, prossimi alla conquista romana
dell'isola; Siciliano come lingua neo-latina o romanza;
Siciliano come lingua sorta in seguito a un processo di
neo-romanizzazione dopo la cacciata degli arabi. L'opinione
corrente è, comunque, più prossima alla terza ipotesi,
arricchita da alcuni concetti moderni.
Innanzitutto bisogna aver chiaro il moderno concetto di lingua
come qualcosa di non statico; la lingua siciliana, così come la
maggior parte delle lingue attualmente parlate, è stata ed è
una lingua in continua evoluzione alla quale hanno contribuito
(e contribuiranno), in misura più o meno rilevante, una serie
di idiomi parlati dalle popolazioni indigene e conquistatrici
(in senso lato, quindi anche a livello di influsso culturale
esterno, come quello esercitato attualmente nel mondo dalla
lingua inglese).
In particolare si ritiene che l'influsso maggiore alla
formazione del Siciliano sia arrivato dalla lingua latina nel
senso che la stessa sia addirittura da ritenersi come base per
il Siciliano stesso in quanto, con processo lento, si impose
nell'isola ai precedenti idiomi che, però, contribuirono alla
formazione della varietà regionale di Latino Volgare che, con
un altrettanto lento processo, avrebbe portato, nell'età
medioevale, a un idioma ormai distinto dal Latino, appunto, il
Siciliano.
Partendo dai tempi remoti, possiamo dire, attenendoci alle fonti
storiche, che i primi idiomi parlati in Sicilia sarebbero stati
il Sicano, il Siculo e l'Elimo; furono questi i primi popoli
che, all'alba della storia, abitarono l'isola. A quanto pare il
Sicano e l'Elimo, di cui si sa ben poco, non erano idiomi
indo-europei, anche se la questione a tal proposito è molto
controversa. Il Siculo, invece, era una lingua di origine
indo-europea, molto imparentato con il latino, come traspare
dalla più lunga iscrizione in Siculo, risalente al V sec. a.
C., trovata a Centuripe in un askos (vaso schiacciato), oggi
conservato al museo archeologico di Karlsruhe (Germania), o
dalla famosissima iscrizione incisa su un blocco di arenaria
murato sul lato est del vano di ingresso della porta urbica
meridionale della città di Mendolito e disposto in due righe ad
andamento, anche questo, sinistroso (è l'unica epigrafe sicula
di natura pubblica finora conosciuta, il cui testo è ancora di
controversa interpretazione e databile alla seconda metà del VI
sec. a.C).
Ben presto (1000 a.C. circa) nell'isola (costa occidentale) si
parlò anche il Fenicio, lingua semitica, anche se la presenza
fenicia in Sicilia ebbe sempre carattere sporadico di
insediamento commerciale limitato più che di vera e propria
conquista di territori estesi. Comunque, intorno al 400 a.C.,
l'arrivo nell'isola dei Cartaginesi dovette ridare un certo
vigore alle parlate semitiche.
In seguito, a cominciare dall'anno 735 a.C., data di fondazione
di Naxos, la prima colonia greca si insediò in Sicilia e si
introdusse nell'isola anche la lingua Greca con la venuta di
genti dapprima dall'Eubea (Calcidesi, quindi, di stirpe ionica),
poi da altre parti della Grecia (soprattutto genti di stirpe
dorica) che si stanziarono principalmente sulle zone costiere
della parte orientale.
E' questa la situazione linguistica che troveranno i Latini al
momento della loro conquista della Sicilia, cominciata nell'anno
264 a.C. e giunta a termine nel 241 a.C..
Per scongiurare l'eventuale crisi d'identità viene in aiuto la
mappa dell'Atlante linguistico siciliano. Nell'Isola un primo
tentativo di classificazione, con le parlate dell'interno,
costiere e sudorientali, risale alla seconda metà
dell'Ottocento ad opera di un linguista tedesco, Schneegans.
L'ombelico del Mediterraneo si presenta in realtà con delle
sfumature linguistiche ancora più variegate. All'interno di una
distinzione di base tra dialetti occidentali e centro orientali,
è necessario precisare i tre sottogruppi palermitano, trapanese
e zona occidentale dell'agrigentino, nella zona a Ovest
dell'isola, accanto a quelli messinese orientale, nisseno-ennese,
catanese- siracusano e sud-orientale della zona centro
orientale. E volendo cercare le tracce dei popoli che hanno
dimorato in Sicilia? Ecco le parlate alloglotte, ovvero le
minoranze linguistiche che in Sicilia fanno capo al ceppo
albanese. Piana degli Albanesi, Contessa Entellina e Santa
Cristina Gela, dove si parla oggi siculo albanese e ai dialetti
gallo italici di Piazza Armerina, Nicosia, Aidone e Sperlinga
nell'ennese, e San Fratello e Novara di Sicilia nel messinese. E
bisogna mettere in conto anche i movimenti interni delle
popolazioni. Quanti accenti palermitani si ritrovano per le
stradine dell'isoletta di fronte Palermo? In realtà, quello di
Ustica è un vero dialetto messinese frutto dei movimenti dei
liparoti dalla loro isola sovraffollata di abitanti. La
conformazione geografica di isola, ha comunque permesso al
dialetto siciliano di mantenersi lontano da influenze di
confine. Il risultato è una certa omogeneità dei dialetti
siciliani, che però si distinguono per alcuni tratti
fondamentali. è così possibile rintracciare, nel siciliano,
due diverse ondate di influenza latina. Una più arcaica, basata
sul sistema fonetico latino, con le vocali finali pronunciate
sempre in maniera chiara (non come negli altri dialetti italiani
meridionali), ed una più influenzata da correnti bizantine in
cui si distinguono tre nuovi caratteri.
Si afferma la metafonia (cambio vocalico), tra Ragusa, Enna e
Caltanissetta, per cui le vocali cambiano sotto l'influenza
della "u" finale, come in "muortu" diverso
dal femminile "morta", e "fierru" al plurale
"ferra"; i gruppi consonantici "nd" e "mb"
si assimilano in "nn" e "mm", "quannu"
per "quando", ma questa innovazione non raggiunge
Messina né Catania; e per ultimo, la "d"
intervocalica diviene "r", come in "cririri",
per "credere", o in "deci" per
"dieci", questo elemento si è affermato soprattutto
in provincia di Catania.
Anche la dominazione normanna ha lasciato il suo segno,
contaminando il siciliano con alcuni elementi gallo-italici. Le
tracce di quest'influenza si trovano nelle parole "badagghiari",
sbadigliare; "vozzu" per "gozzo"; "dumani"
per domani; comuni al siciliano e al toscano e completamente
diverse dai corrispettivi calabresi. Ma le compelsse vicende
storiche della regione hanno lasciato tracce anche nel lessico
siciliano, in cui è possibile trovare anche parole spagnole,
come "criata" per serva; parole orientali, come "sceccu"
per asino; francesismi, come "custurieri" per sarto,
"racina" per uva (fr. raisin).
Una certa importante influenza, anche se mai completamente
determinante, sulle prospettive di vita e di sviluppo di una
lingua è data dal suo attuale stato di salute.
Nel Libro Rosso dell'Unesco, relativo alle lingue del mondo in
pericolo, nella sezione dedicata al continente europeo sono
state stilate 6 categorie:
I - Lingue estinte, tranne quelle antiche
II - Lingue quasi estinte con al massimo decine di parlanti,
tutti anziani
III - Lingue seriamente in pericolo con un numero ancora
discreto di parlanti ma praticamente senza bambini fra loro
IV - Lingue in pericolo con, tra i parlanti, alcuni bambini,
almeno in parte della loro gamma, ma con tendenza decrescente
V - Lingue potenzialmente in pericolo con tantissimi parlanti
bambini ma senza uno "status" di lingua ufficiale o di
prestigio
VI - Lingue non in pericolo con una trasmissione sicura della
lingua alle nuove generazioni
La VI e ultima categoria, in un primo momento, non era stata
considerata; infatti comprende tutte le lingue "non in
pericolo".
Per quanto possa sembrare strano, al Siciliano è toccato il
"privilegio" di far parte proprio della VI categoria,
in compagnia dell'Italiano, dell'Inglese, del Francese, dello
Spagnolo e di tutte le altre lingue "nazionali" e, tra
i "dialetti" italiani, del Veneto e dell'Italiano
Meridionale. Il Lombardo, il Piemontese, il Ligure, l'Emiliano,
il Corso sono classificati, invece, lingue da gruppo V e i
dialetti sardi, il Basco e il Gaelico Irlandese (queste ultime
due, lingue ufficiali statali) addirittura da gruppo IV.
Un'iniziativa lodevole, grazie alla quale si incoraggia l'uso
del dialetto e la sua conservazione, è quella del comune di
Aliminusa (Pa). Qui, è infatti stata raggiunta una convenzione
con il teatro Zappalà di Palermo, per garantire a studenti di
elementari e medie del piccolo centro di assistere a delle
rappresentazioni rigorosamente in vernacolo. Un sistema di
abbonamenti gratuiti che, per una volta al mese, darà libero
accesso alle porte della struttura a partire da novembre fino a
maggio del 2006. Un'iniziativa, quella dell'amministrazione
comunale, che si riaggancia ad un corso di dialetto che gli
studenti del piccolo centro madonita seguono ormai costantemente
da anni.
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