
S. CROCE CAMERINA:
9.000 abitanti ca.; a 120 m. sul livello del ma re. Viene considerata difatti,
diretta discendente di Kaucana e Kamarina, le due colonie greche poco
distanti. Deve il suo sviluppo alla Signoria dei Celestre, nobili della Contea
di Modica, che ne favorirono le condizioni necessarie.
DA VEDERE: la Chiesa Madre del XIII
secolo con l'interessante copia della Madonna di Loreto del Caravaggio;
Palazzo Pace in stile Liberty; poco fuori dal centro abitato si possono
ammirare antichi costruzioni risalenti al IV -VI secolo dette "Vagnu"
realizzati in conce di calcare con pianta a croce; gli scavi del Parco
archeologico di Caucana.
EVENTI: I Luminari (16 Gennaio); Carnevale
(Febbraio); Processione Pasquale (Apr.); S.Giuseppe (Marzo); Estate
Camarinense; Festa di S. Rosalia (Settembre); Festività Natalizie
|
|
Le origini di Santa Croce Camerina
stanno in Camarina e nei villaggi delle Caucane. Fondata nel 598 a.C.
come colonia di popolamento e “punta avanzata” di Siracusa in
un’area ricca di villaggi siculi, Camarina fu crocevia di molte
rotte mediterranee e centro di irradiazione della civiltà greca nel
territorio Ibleo. Tentò di affermare la propria supremazia economica
e militare nei territori contermini ma senza molta fortuna. Fu infatti
presa in anni diversi dai siracusani, poi dai gelesi, dai Cartaginesi,
infine dai Mamertini e varie volte distrutta o spopolata.
Risorse però sempre e tornò ad essere popolata ed attiva Nel 25S a
C. tentò ancora una sortita, ma venne devastata dal console romano L.
Attilio Calatino, e non risorse più.
Dopo tale evento tragico parte dei superstiti cercarono rifugio nel
territorio dell’odierna Santa Croce. e più in particolare nelle
località Muraglia, Cinta San Martino, Mirio, Pirrera, Punta
Braccetto, Vigna di mare, Casuzze. In quest’area dai tempi
preistorici, come hanno confermato gli scavi compiuti in anni non
lontani e i rinvenimenti di tombe, basamenti di capanne, fornaci,
cocci, esistevano minuscoli insediamenti di pastori, pescatori,
artigiani.
Per effetto dell’immigrazione, discretamente consistente, essi
risultarono positivamente impinguati e vivacizzati, costituendo
l’articolazione demografica, urbanistica ed economica delle Kaucane,
casali sparsi che ebbero una modesta rilevanza storica tra il III sec.
a. C. e il VI sec. d. C.
In età cristiana la plaga registrò una discreta attività religiosa,
attestata da ruderi di chiesette e necropoli tuttora esistenti tra
l’odierna Santa Croce e il mare (Pirrera e Anticaglie), e nel 556
offrì al bizantino Belisario degli ancoraggi da cui muovere con la
flotta per snidare i Vandali da Malta. Negli anni della dominazione
bizantina le Caucane non ebbero vita serena; furono, infatti. vittime
delle incursioni dei pirati, che le devitalizzarono sempre più sino a
privarle della originaria capacità di richiamo. Sotto la dominazione
araba il territorio registrò un piccolo risveglio, soprattutto sul
piano economico, per la cura rivolta alle attività agricole in luoghi
che per la prima volta vennero valorizzati ed ebbero un nome;
Rascarami (Capo Scalambri), Ain keseb (Punta Secca), Favara, Ain-amnis
(Donnanna), Ain-zufer (Sughero).
Conobbe poi una nuova de- cadenza, protrattasi per due secoli, nel
corso dei quali, deserto di uomini e di attività, si coprì in parte
di fitta boscaglia. Rientrò nella storia solo quando, nel 1091, dagli
ancoraggi sulla costa Ruggero il Normanno, cosi come già Belisario
nel 553, mosse con la flotta, questa volta per snidare i musulmani
dall’arcipelago maltese. Successivamente per qualche tempo venne
compreso tra i beni della Corona ed ebbe vita oscura. Poi fece parte
della Contea di Ragusa e costituì il feudo di Rascaran ( o Rosacambra),
che da Silvestro, pronipote di Ruggero, signore di Ragusa e della
Marsica, venne donato nel 1140 al convento dei S. S. Lorenzo e Filippo
di Scicli, suffraganeo della chiesa di S. Maria la Latina di
Gerusalemme. Sul versante nord del piano del Mirio e di una sorgente
attigua (Favara per i saraceni), presso un antico castrum e un tempio
dove si venerava Sant’Elena con la croce, divenne più consistente
il casale “Sanctae Crucis”, nel quale presto sorsero una chiesa
dedicata a Maria Vergine e, successivamente, un convento di frati
carmelitani con annessa chiesetta.
Mentre nell’entroterra ibleo nasceva e cominciava a svilupparsi la
Contea di Modica, le terre di Rosacambra, ai suoi margini, venivano
date in affittio a nobili di Ragusa e Scicli, che sfruttarono le aree
coltivabili e i pascoli. Così fece il convento di Scicli, così dopo
la sua chiusura, nel 1392, continuò a fare il convento di S. Filippo
d’Argirò, rappresentante in Sicilia della Chiesa di S. Maria la
Latina.
Nel 1470 le terre di Rosacambra e il casale di Santa Croce furono
ceduti in enfiteusi perpetua al nobile modicano Pietro Celestri, che
ne divenne barone e si preoccupò del suo sviluppo. Sul poggio ad est
della fontana si sviluppò allora una edilizia semplice e povera,
connessa alle attività agricole e artigianali; entro e fuori
dell’abitato, intersecato da strade a fondo naturale, sorsero alcune
mandre: più a sud, sul Capo Scarem, vennero costruiti una torre di
avvistamento e difesa, una chiesetta, magazzini, locali per la
salagione del pesce e fornaci.
Per la ripresa, sia pure modesta, della vita produttiva articolata nel
territorio, sembrava che fosserao tornate a vivere le Kaukane. Il
popolamento del vasto feudo fu, infatti, discreto sicchè nel 1500 si
contarono 500 terrazzani. Nei successivi decenni, però, la divisione
del territorio tra i Celestri e i Bellomo di Siracusa, una certa
incuria dei feudatari, la malaria, diffusissima nelle aree
acquitrinose, e le incursioni piratesche, divenute sermpre più
frequenti e rovinose, costrinsero numerosi terrazzani ad abbandonare
la zona, e il casale di S. Croce e le terre dei contermini
attraversarono il nuovo periodo di decadenza.
Sul finire del XVI sec., nel quadro della “colonizzazione interna”
voluta dai feudatari e finalizzata al rilancio della produzione
granaria nell’isola, ebbe inizio la rinascita della terra di S.
Croce. Un discendente del volenteroso barone, Giambattista Il Celestri
e Chirco, tornato ad essere signore unico del territorio di Santa
Croce e Scalambri, volle ridargli vita e nel 1596 ottenne dal
Presidente del Regno la “licentia habitandi et rehedificandi” il
casale, che venne riconfermata nel 1598 da Filippo III, re di Spagna,
Napoli e Sicilia, e resa esecutiva il 29 gennaio 1599.
Divenuto marchese assieme al figlio Pietro, di Santa Croce nel 1600,
Giambattista Celestri s’impegnò per lo sviluppo del grande feudo.
Richiamò infatti dai comuni viciniori, e più in particolare da
Scicli e Modica, nuovi abitanti, in gran parte umili contadini e
artigiani, assicurando loro accettabili condizioni di lavoro e di
residenza, nomino il Castellano, il Segreto e il Magistrato, affidò
la chiesa ad un beneficiale. Per proteggere il territorio e il casale
dai corsari, Pietro IV, Giambattista III e Pietro V, successori di
Giambattista II, provvidero a restaurare la torre di Scalambri e a
costruire la torre di Mezzo, mentre più ad ovest sorgeva la torre del
Braccello. Ciò nonostante, lo sviluppo di Santa Croce fu molto lento.
La malaria e le pestilenze continuavano ad infierire, la povertà era
grande, le incursioni dei pirati non diminuivano, sicchè numerosi
coloni, scoraggiati, si restituirono ai luoghi di provenienza, mentre
i monaci abbandonavano il vecchio convento. Nel 1636 i santacrocesi
erano 438, ma nel 1651 risultarono 399 e nel 1682 appena 150, dediti
alla coltivazione dei campi e all’allevamento del bestiame e viventi
in case di architettura estremamente povera e disadorna, sparse senza
un preciso ordine sul poggio ad est della fonte Paradiso. Dopo, il
terremoto del 1693, che sconvolse il Val di Noto, e in particolare,
nella contea di Modica, alcune città, tra cui la stessa Modica,
Ragusa e Scicli, ma sfiorò appena Santa Croce, il ritmo di crescita
della “terra” o “stato” che i Celestri avevano rifondato fu più
rapido.
Per l’afflusso di numerosi profughi nel borgo, sorsero e si
distribuirono a scacchiera nuove case terrane e bagli, intervallati
qua e la dalle prime case palazzate; la chiesa madre, dedicata ora
alla “esaltazione della croce”, venne aiutata con nuovi benefici e
si garantì la festa della patrona S. Rosalia. Nel 1713 lo “Stato di
Santa Croce” contava già 921 abitanti (e 260 case), saliti a 1398
nel 1761, a 2093 nel 1798.
Le attività economiche erano più articolate ed estese, anche per la
concessione in enfiteusi di numerasi appezzamenti di terra, variamente
consistenti. in cui i Vitale, i Rinzivillo, gli Scattarelli, i
Fiorilla, Mauro, i Riera ecc. facevano nascere masserie e caseggiati
rurali e introducevano nuove colture.
Uscita dalla dipendenza feudale e nel 1819 divenuto libero comune con
un territorio di Ha. 4368,48 e 2207 abitanti, amministrati da un
Decurionato, Santa Croce conobbe un discreto sviluppo, facilitato
dalle prime strade intercomunali e di alcune trazzere, ed espresso,
tra l’altro delle prime scuole e dai primi servizi pubblici nei
settori dell’igiene e della sanità, oltre che dai più frequenti
rapporti coi comuni vicinori.
Nel 1821 e più ampiamente nel ’48, per l’impegno di una borghesia
in crescita nella quale primeggiavano i Vitale, i Rinzivillo e i
Ciarcià, partecipò al movimento liberale antiborbonico, inserendosi
più attivamente nella vita isolana. Cessato il regime borbonico, il
comune entrò nel’Italia unita dandosi la nuova denominazione di
Santa Croce Camerina per marcare il legame che attraverso i secoli lo
univa all’antica città. Apparteneva ora alla provincia di Siracusa
e aveva 3000 abitanti, amministrati da un consiglio Comunale, in un
territorio di 4048 ettari. Collegato coi comuni viciniori da nuove
strade carrabili, Santa Croce si sviluppò notevolmente soprattutto
negli anni Settanta e di un piccolo e medio imprenditorato agricolo
intelligente e attivo e di braccianti e artigiani operosi, che diedero
un forte impulso all’economia, estendendo a nuove aree le colture
industriali (agrumi, vite, olivo, canapa) in aggiunta a quelle
tradizionali, e assicurando un più vasto richiamo alle fiere
periodiche.
L’abitato urbano si estese ulteriormente definendo i quartieri
Castello, Belpiano, Sangiacomo e Fontana, e si costruirono le prime
abitazioni estive a Punta Secca. II paese ebbe il servizio postale e
quello telegrafico, la pubblica illuminazione nelle strade principali,
nuove classi di scuola primaria.
La Chiesa Madre. dal 1863 dedicata a S. Giovanni Battista, e la
Chiesetta del Carmelo (costruita a ricordo del vecchio convento)
furono curate da numerosi preti. Si consolidarono alcune feste e
tradizioni locali in onore di S. Giuseppe (con le cene) e Santa
Rosalia e del Corpus Domini (con gli altarini). Il territorio comunale
non aveva più sufficiente capacità di assorbimento della manodopera
locale in crescita, sicchè si dovette registrare un rilevante flusso
migratorio verso le Americhe (USA e Argentina), e gli abitanti, che
nei 1881 erano 5057. risultarono 6227 nel 1901, 6481 nel 192l
Contrasti di famiglie, visioni diverse dei probiemi locali, quindi le
condizioni di vita ancora difficili per il ceto popolare
giustificarono inizialmente le lotte di parte, che gradualmente
rientrarono nelle lotte più generali tra forze opposte a livello
nazionale. Così dopo vari decenni di regime liberale e di
contrapposizione tra “bianchi” e “neri”, progressisti e
moderati, si passò al ventennio fascista e alla dittatura.
Sorta nel 1927 la nuova provincia di Ragusa, Santa Croce ne fece parte
con un territorio di Ha 4076 e 6353 abitanti Negli anni Trenta il
comune si dotò di rete idrica ed elettrica, e registrò un certo
rinnovamento delle attività economiche e commerciali, che venne
interrotto dalla guerra 1940-45.
L’inizio del nuovo conflitto portò alla militarizzazione del
territorio ibleo, che ebbe manifestazioni concrete anche a Santa
Croce. La cittadina, infatti, fu sede del 383° btg./206° divisione
costiera e il 10 luglio del ’43 il suo territorio fu area di sbarco
di contingenti della VII armata americana.
Nel dopoguerra ed in particolar modo negli anni Settanta-Novanta, il
paese ha conosciuto un notevole rinnovamento e avanzamento. Gli
abitanti, che erano 7125 nel 1951, sono scesi a 6290 nel ’71 in
conseguenza di una rilevante emigrazione, per elevarsi nuovamente a
7060 nel ’81, a 7445 nel ’91, a 8400 nel ’96. L’istruzione
pubblica si è notevolmente estesa con la crescita delle strutture
scolastiche primarie e l’avvento delle secondarie, sicchè
l’analfabetismo e sceso al 3,6%.
La vita politica, discretamente vivace per la dialettica dei partiti e
dei sindacati, si è sempre più omologata al dinamismo nazionale. Il
panorama religioso è divenuto più articolato, e S. Giuseppe, già
protettore, è stato elevato co-patrono del paese. Più recentemente
l’abitato ha compreso nuove aree a Margio Secco, Marchesa, Pezza,
Sottano; la rete stradale interna ed esterna e stata notevolmente
ampliata e migliorata; gli antichi insediamenti rivieraschi di Casuzze,
Caucana, Punta Secca e Punta Braccetto si sono trasformati in frazioni
balnenri capaci di fortissimo richiamo.
I servizi pubblici nel campo dell’igiene e della sanità hanno
subito interventi di ampliamento e modernizzazione notevoli,
acquistando maggiore valenza sociale. In un territorio or mai
completamente bonificato, grandi progressi sono stati compiuti sul
piano economico, per merito soprattutto delle colture primicole in
serra, subentrate alle antiche colture cerealicole e vitivinicole e
oggi tra le più vivaci e avanzate della provincia.
fonte Comune di Santa Croce
Camerina
|
|