
ACATE:
nella parte occidentale della provincia sorge Acate (7700 abitanti ca.) a
199 m. sul livello del mare; il nome originario, Biscari deriva dai principi
che la governarono nel Seicento. L'attuale denominazione venne assunta nel
1938 ed è dovuta alla presenza di pietre d'agata sulle rive del fiume
Dirillo, dai romani chiamato Achates.
DA VEDERE: il Castello dei Principi di
Biscari risalente al 1494; la Chiesa Madre più volte ricostruita in seguito
ai terremoti del 1693 e del 1846; la Chiesa di S. Vincenzo (patrono della
città) dove sono contenuti il reliquiario del Santo e un organo di
pregevole fattura.
EVENTI: Carnevale Acatese (Febbraio); Cene
di S. Giuseppe (Marzo); Settimana Santa (Pasqua); Festa di S. Vincenzo
Martire; Palio di S. Vincenzo (3° Domenica dopo Pasqua); Estate Acatese
(Giugno Agosto); Settembre a Biscari (Settembre); Festività Natalizie
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Le
prime notizie certe su Biscari risalgono al 1299. In quell'anno il
"Casale Biscari" veniva concesso dal Re Carlo II d'Angiò a
Gualtiero Pantaleone, come infatti è riportato dal Registro Angioino
del 1299-1300. Con la disfatta degli Angioini e la definitiva
conquista della Sicilia da parte degli Aragonesi, il feudo di Biscari
passò prima ad Antonio Beneventano e dopo ai nobili Lamia da Lentini,
che lo tennero per circa un secolo. Ma nel 1392, essendosi Ruggero
Lamia dimostrato avverso al Re Martino, il Feudo di Biscari gli fu
tolto e fu assegnato a Giacomo Serra di Siracusa. Nel 1396 alla morte
del Serra essendo senza figli, il Feudo fu assegnato a Nicolò
Castagna, che nel 1407 lo vendette a Matteo Mazzone, il quale lo
vendette a sua volta a Bernardo Cabrera, signore della vasta Contea di
Modica. Al Cabrera fu intentata causa dal catanese Antonio De
Castellis, che reclamava il Feudo in suo diritto, essendo figlio di
Costanzo Lamia; lo ottenne e fu investito col titolo di Barone il 13
aprile del 1416.
Nel 1493 comincia per Biscari un periodo di benessere e un discreto
sviluppo agricolo, dovuto ad un incremento della popolazione che portò
il casale ad assumere la fisionomia di un discreto centro abitato,
grazie al Barone Guglielmo Raimondo, che ottenne l'autorizzazione a
costruire il castello. A Guglielmo Raimondo successe la moglie
Elisabetta Viperano e dopo di lei si successero alla baronia di
Biscari molti altri Castello fino a Ferdinando, che nel 1566 fu
nominato signore di Biscari, e poiché morì senza figli fu
anche l'ultimo dei Castello. Per diritto quindi, la signoria di
Biscari passò a Francesco Castellis, a condizione che assumesse le
armi e il cognome dei Castello. A lui successe Francesco, il quale morì
senza eredi, lasciando la signoria di Biscari al fratello Vincenzo nel
1609, che alla sua morte lasciò come unica erede la figlia Maria la
quale fu investita dalla baronia di Biscari il 15 febbraio del 1622.
All'età di undici anni fu concluso il suo matrimonio con lo zio
Agatino, che in seguito alle nozze divenne barone di Biscari.
Nel 1624 il Feudo passò ad Agatino Paternò
Castello ,
il quale nel 1633 fu nominato primo Principe di Biscari, da Filippo IV
Re di Spagna. Agatino Paternò Castello, oltre a modificare il
castello, fece costruire:
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l'Abbazia di San Giuseppe (oggi Chiesa di San Vincenzo )
- la Chiesa di Santa Maria del Carmelo
- la Chiesa Madre dedicata a San Nicolò
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Negli anni in cui governò Don Agatino, Biscari diventò una cittadina
degna di tutto rispetto; il benessere fu facilitato dalla fertilità
del terreno, dovuta in parte all'abbondanza delle acque del fiume
Dirillo. Le ricchezze principali furono: le coltivazioni di canapa,
frumento, orzo, cereali e perfino riso. La fonte di benessere primaria
comunque fu la canapa che venne esportata anche in altri paesi,
come l'isola di Malta e la Spagna. Un'altra attività che fece
conoscere all'estero il Feudo di Biscari fu l'allevamento del
bestiame, tanto da poter vantare una tradizione fieristica di notevole
importanza.
Per disposizione testamentaria ad Agatino successe il primogenito Don
Vincenzo, il quale sopravvisse di poco alla morte del padre. Continuò
quindi a governare per alcuni anni lo Stato di Biscari Donna Maria
Paternò, moglie di Don Agatino. Alla sua morte, per suo stesso volere
le successe il nipote Ignazio Paternò figlio di Vincenzo.
Nel 1693 durante il
principato di Don Ignazio, ci fu un grande terremoto che distrusse
gran parte della Sicilia Orientale e mezza città di Catania. Malgrado
le dolorose vicissitudini della famiglia, Don Ignazio si prodigò
a far ricostruire ciò che era stato distrutto. Alla morte di Don
Ignazio Paternò dovette succedergli, ancora quindicenne, il figlio
Vincenzo
(IV principe). Appoggiato dal nonno
materno, Vincenzo non poté sottrarsi dal continuare l'opera del padre
nella ricostruzione delle opere pubbliche più importanti, ricostruì
il Castello
facendo ampliare l'annessa Chiesa e arricchendo il tutto con
l'imponente prospetto che si affaccia sulla vasta piazza, oggi
chiamata Piazza Libertà.
Nel 1737 Vincenzo, essendo molto religioso, fece costruire un Convento
per i frati Cappuccini .
L'opera fu molto apprezzata dai fedeli; ma durò appena cinquant'anni,
a causa della soppressione degli enti religiosi il convento fu
abbandonato e rimasto disabitato fino al 1997, data in cui è stato
restaurato ed adibito alla Biblioteca Comunale. Un'altra opera
importante fatta costruire da Vincenzo Paternò Castello fu il
collegio di Maria che ancora oggi ospita le suore del Sacro Cuore
.
Durante il principato di Don Vincenzo avvenne un evento destinato ad
accrescere la fama di Biscari: la donazione
del corpo di San Vincenzo Martire da parte di Papa Clemente XI.
Secondo la tradizione popolare essa sarebbe avvenuta in seguito ad un
episodio delittuoso, la cui veridicità è certamente discutibile,
anche se ci sembra insolito che tale racconto fosse giunto fino a noi,
qualora non avesse un fondo di verità, dal momento che vi vengono
implicati direttamente il principe Vincenzo Paternò Castello e la
Principessa sua consorte Anna Scammacca Bonajuto.
Alla morte di Don Vincenzo successe il figlio Ignazio V principe di
Biscari, che oltre alla ricchezza, coltivò anche la cultura e una
passione per gli scavi archeologici, tanto che nel 1783 il governo
borbonico lo nominò sovrintendente alle antichità di Sicilia per la
Val di Demone e la Val di Noto.
Ad Ignazio successe il figlio Vincenzo, VI principe di Biscari che fu
l'ultimo a tenere la città, la quale divenne libero comune con
l'abolizione della feudalità poco prima del 1824 anno in cui
risalgono le prime delibere del Decurionato.
Fonte comune di Acate
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